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Natale a Monte Candido

Via, via da questo triste Natale, pensiamo, mentre la nostra auto lascia la
città e appaiono le prime cime innevate. Via dall’eterna oscurità
di bombe e servizi segreti. Via dalla televisione più falsa e ripetitiva
d’Europa, sequestrata da una ristretta gang di politici e reggicoda, affaristi e
pubblicitari. Via dai giornali servi sciocchi della televisione. Via dalle
divette che sbavano per una copertina e dagli scrittoroni scodinzolanti per un
premio. Via dai sondaggi ammaestrati e dai rockettari cortigiani. Via dalla
catastrofe climatica e dalla new avidity. Via dall’arroganza dei Formigoni e dei
Berlusconi al di sopra di ogni legge, via dal gastrocentrismo rutelliano dove
più della base conta la maionese.
Puntiamo verso Monte Candido, sperduto paesino alpestre dove speriamo di
ritrovare i valori del Natale di una volta. La strada si inerpica verso le vette
solitarie e ossigenate, tiriamo una gran boccata d’aria e anche se siamo
bloccati in una fila di venti chilometri sentiamo la differenza. E’ inquinata
uguale, ma è più fredda, come una bella granita alla merda.
Al bivio per la Val Candida, ecco i primi impianti accogliere la gaia invasione
degli sciatori. Un’ovovia trasporta tremila persone all’ora, così appena
arrivati in cima, si è già nella fila per risalire, si chiama
procession sky, è l’ultimo grido dello sci estremo, si scende a passo
d’uomo e si cade tutti insieme come birilli.

Subito dopo ci appare il ridente paesino di Siamo di Sotto, che deve il suo nome
al fatto che è stato costruito su un frana e da trent’anni continua a
scivolare a valle.
Qui c’è il bivio per Monte Candido. Saliamo lentamente per gli stretti
tornanti incorniciati da abeti centenari e manifesti di Berlusconi ventenne, ed
eccoci alla Baita Candida, dove vive la famiglia Tronchi, erede e continuatrice
del genuino Natale di una volta.
Il capofamiglia Olmo Tronchi ci viene incontro sulla antica slitta di legno
trainata da due cavalli a dondolo e ci accoglie nella sua casa. E’ una
bellissima genuina baita dove arde un tipico camino dentro al quale bolle una
incontaminata polenta dentro alla quale è caduta la rustica pipa del
nonno Tarlo Tronchi facendolo genuinamente bestemmiare nell’antico dialetto
Candù, che si parla solo su queste montagne.
Qui ci informiamo su come la famiglia Tronchi si prepara a passare il Natale.
Babbo Olmo spiega che lui tiene dietro alle bestie, anzi alla bestia, la mucca
Betulla che da sola produce sessanta litri di genuino latte alpestre, da cui si
ricavano leggendari formaggi quali il puzzone di fossa e il tremmendhal.
La moglie Scorza Tronchi, una robusta montanara dal volto rubicondo, va in giro
a raccogliere legna, castagne e soprattutto funghi pregiati, di cui la montagna
è ricca. Il più famoso è il porcino Golia, che può
raggiungere i settanta chili e può essere usato sia in cucina come
condimento, sia in salotto come divano. Uno di questi esemplari giganti è
in bella mostra sul tetto della baita.
Poi ci sono i due figli, Truciolo e Pialla Tronchi. Truciolo a soli dieci anni
è abilissimo nei lavori di falegnameria, costruisce orologi a cucù
e si è anche fatto una playstation in legno.
Pialla invece sciolina la casa e va a tartufi col cane Trifolino, un vero
segugio. Trifolino, dice la leggenda, è dotato di odorato così
acuto che riesce a sentire un tartufo molti chilometri sotto terra: l’anno
scorso ne ha individuato uno grossissimo in Nuova Zelanda e se l’è fatto
spedire per posta.
Ma il vero custode della tradizione è nonno Tarlo, novantadue anni,
robusto come una quercia. Egli ci racconta la storia della Val Candida. Una
volta lì abitavano ben trentadue persone e due yeti, ma il fascino della
metropoli e le valanghe li hanno ridotti a trenta, compreso il leggendario
bisnonno Carbonio che vive in una capanna in cima alla montagna.
A Natale in Val Candida si rinnovano due antichissimi riti: il Tiralabete e il
Presepe Dormiente. Il primo fa parte di una rude tradizione montanara. I maschi
della valle vanno nel bosco a prendere un grosso abete e poi non attaccano le
palle all’albero, ma viceversa. Chi riesce con virile sofferenza a trainarlo per
primo a casa, ha vinto. In quanto al Presepe Dormiente, si svolge in una grotta
di ghiaccio. Per resistere al freddo Giuseppe, Maria e i visitatori si scambiano
una o più bottiglie di grappa, e anche il Bambin Gesù viene
biberonato a vin brulé. Il risultato è che, dopo mezzanotte, tutti
crollano sbronzi e addormentati. Nonno Tarlo è una vera miniera di
antiche tradizioni moncandidesi. Ci spiega ad esempio la tipica ricetta della
zuppa d’Orszo. Si porta nel bosco un grosso paiolo di minestrone d’orzo, si
aspetta l’orso e mentre mangia la zuppa, lo si spinge dentro. E’ una zuppa molto
pericolosa. Restiamo tutta sera davanti al camino, ascoltando le leggende della
valle e mangiando polenta con funghi. Poi, dopo aver cantato in candù e
aver visto nonno Tarlo scolpire abilmente nel ghiaccio una simpatica svastica,
ce ne andiamo felici. Esiste ancora, grazie a Dio, un posto incontaminato, non
ferito dall’arroganza dei media e dell’affarismo imperante!
Purtroppo alla prima curva la macchina sbanda sulla neve e finiamo in un fosso.
Torniamo alla baita per chiedere aiuto e: orrore! La scena è assai
cambiata.
Nonno Tarlo, in divisa da SS, sta scolpendo un ritratto di Haider in grandezza
naturale.
Mamma Scorza sta inscatolando la marmellata di castagne Monte Candido
allungandola con lucido da scarpe marron, e vende muschio per presepe via
Internet.
Truciolo costruisce dei pornocucù da cui sbuca di tutto.
Pialla guarda Baywatch in edizione originale (il megafungo sul tetto è in
realtà una parabola).
Babbo Olmo, alla guida di una ruspa, stermina stambecchi e estirpa decine di
abeti per costruire Moncandido Due, residence con annessa seggiovia e
supermarket.

Trifolino, uggiolando, ci porta nella stalla per mostrarci una intera cambusa di
polenta surgelata e latte in polvere. La mucca Betulla è morta l’anno
scorso, centrata da un jet americano in volo d’addestramento.
Inoltre, sgasando sui tornanti con gipponi e motoslitte, sta arrivando una
comitiva di Vip che trascorrerà Capodanno nella baita, un milione a testa
cenone compreso.
Ci allontaniamo delusi e pensosi. Esiste ancora qualcosa di genuinamente
natalizio in cui credere? Ci addentriamo nel bosco, ed ecco che mettiamo i piedi
in una genuina tagliola di una volta. Nonostante il dolore, siamo felici. E
improvvisamente ci appare, in cima alla montagna, la capanna di bisnonno
Carbonio. Un filo di fumo riga il cielo stellato, un albero di Natale con
genuine candeline di cera riluce sulla neve. Ecco lassù il vero spirito
della Festa, la povertà e la semplicità che stiamo perdendo,
travolti dalla tecnologia e dai falsi bisogni consumistici. Zoppicando, ci
inerpichiamo. Purtroppo, a pochi metri dalla cima, ci accorgiamo che
lassù il telefonino non ha segnale. Siamo costretti a tornare giù.
Addio Monte Candido, ti porteremo sempre nel cuore.

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