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La Grande Susina

La grande susina

  • linus

Non è facile parlare di Castel di Setta, la «grande
susina», la città che si avvia a togliere a New York
il primato del turismo negli anni 80.
«Questo luogo non si può descrivere», ha scritto
Truman Capote, «ci si può solo perdere nel labirinto
magico dei suoi odori, dei suoni, dei dialetti, delle mucche».
La fortuna di Castel di Setta inizia nel 1982, quando un’auto di
pubblicitari americani resta senza benzina in mezzo all’Autostrada del Sole,
vicino a Roncobilaccio.
Spingendo la macchina a mano, essi escono e si ritrovano a Castel di Setta.
Vengono subito fortemente colpiti dalla singolarità del paese.
Uno di loro, avvicinatosi per toccare un vecchio che dormiva
(l’aveva scambiato per una scultura iperrealista)
viene fortemente colpito con una bastonata e gli viene fratturato il naso.
Un mese dopo arriva nel paese il primo pullman di americani, comprendente
anche cento giornalisti.
Il mito della «grande susina» esplode in due settimane.
«Se a New York tutto è vent’anni avanti,
qua tutto è vent’anni indietro», scrive Russel Baker sul
New York Times, «se la grande mela è frenetica,
la grande susina è pigra e dolce come una marmellata.
Se la mela è un crogiuolo di razze, nella susina tutti si chiamano
Tabarroni, se la mela è bellissima da vedere ma orrenda da
viverci, la susina è orrenda da vedere ma bellissima da viverci.
Lasciamo New York agli europei e andiamo a Castel di Setta!».
E cosi, nell’ultimo anno, si sono riversati a Castel di Setta
dieci milioni di americani. Qualcuno si chiede se questo potrà
modificare le tranquille abitudini della cittadina e del suo tabaccaio.
Ma è solo l’inizio: ormai non c’è pubblicità
televisiva che non sia girata sullo sfondo dell’ormai famosa piazzetta
di Setta e tutto, dai deodoranti ai dolciumi, dai preservativi alle auto,
viene venduto solo se il messaggio è accompagnato dai vecchietti
di Castel di Setta con la loro «brosk dance», o dal ponte
di Moltrasio, o dalle caratteristiche mucche gialle e nere.
Una famosa marca francese ha speso ottocento milioni in uno spot di
dieci secondi per ricostruire in studio uno scontro tra una mucca
e una automobile. La «grande susina» è il mistero e
la regina degli anni 90. Per questo siamo lieti di essere i primi a
pubblicare una «guida ai piaceri della grande susina».
Buon viaggio!

La città

Castel di Setta è divisa, proprio come New York, in cinque parti.
Castel di Setta centro non è la sola zona da vedere.
Molto interessante è Lagune di Castel di Setta (Staten Island),
tutta sul fiume, con i suoi pescatori e le bellissime cave di ghiaia.
Poi a est si estende la sterminata Moltrasio di Castel di Setta (Brooklyn),
tutta costruita intorno all’autostrada, famosa per i suoi ingorghi di camion
e soprattuto per il Moltrasio Bridge, grande ponte sull’autostrada,
dove la domenica si possono vedere i famosi vecchietti che guardano
le macchine passare di sotto: se ne possono contare fino a centocinquanta.
Poi c’è lo sterminato Capanni di Castel Setta (Queens) con i suoi
famosi campi di susini e la casa natale di Bernardo Butti, e per finire
in aperta campagna Ronco di Castel di Setta (il Bronx) luogo selvaggio
e quanto mai pericoloso per i suoi feroci cagnoni da pagliaio e contadini
incazzosi che allontanano le macchine straniere a forconate.
Ma la vera perla della «grande susina» è Castel di Setta
centro, la Manhattan d’Italia. Essa è attraversata da una sola
grande strada centrale, Avenue Butti, che si divide in Downtown Butti e
Uptown Butti. In downtown vivono gli intellettuali (il farmacista e il
maestro elementare) e ci sono i locali più esclusivi.
La zona uptown è la più ricca, come si può vedere dal
numero incredibile di nanetti di gesso dei suoi giardini.
Al centro di via Butti c’è il polmone verde di Castel di Setta,
il parco Butti (Central Butti Park) dove la domenica tutti si ritrovano
a fare footing, a giocare a carte, a bocce e a ruzzola, con notevoli
ingorghi perché parco Butti è di soli sessanta
metri quadri.

La lingua

Non avrete problemi con i tassisti, perché non ci sono taxi.
I castelsettesi parlano uno slang molto simile a una caffettiera che bolle,
o a un cane albanese.
Capiscono però benissimo l’inglese, a patto di tradurglielo.
Vi diamo qua sotto un piccolo vocabolario
dei termini di prima necessità.

Diaboni a san avanzé sanza misela
Accidenti, non ho più benzina.
Scus, duvela via Butti? – Scusi, dov’è via Butti?
Satta i to pi, creten – Ce l’hai sotto i piedi, cretino.
Un cafà sanza burdigon, plis
Un caffè senza scarafaggi, prego.
Una camumella – Una camomilla.
La camumella tla vet a ciapér a l’uspidel
La camomilla la vada a chiedere a l’ospedale.
Ocio a la vaca – Attenti alla mucca.
Ocio a la buaza – Attenti alla… di mucca.
A san cse brosc can trov più al mi utel
Son così ubriaco che non trovo più il mio albergo.
E me a sono più brosc che te
E io sono più ubriaco di lei.
Bella Merighi – (saluto intraducibile che si usa a Harlem).
Vut du ov in tla faza?
Vuole che le serva il breakfast, signore?
Alfonso – Concierge.
Alfonso l’é a let
La portineria è momentaneamente chiusa.

I ristoranti

Ce ne sono due, per tutti i gusti e le qualità.
Per chi ama l’alternativo c’è il «Fazzioli» (angolo
via Butti e quarantaduesimo paracarro) frequentato soprattutto da giovani
e artisti. Alle pareti, quadri del maestro Fagioli, il più
grande pittore di pagliacci tristi del paese. Si mangiano piatti molto
caratteristici tra cui la «pasta e fasù» (pasta e fagioli)
e il «tripas» (tre passi), uno spezzatino con peperonata
così chiamato perché chi non ha lo stomaco forte quando si
alza fa tre passi ed è già al gabinetto. Per gli snob
c’è il «Cavallino»: qua sono passati personaggi come
Fausto Cigliano, Marcella Bella, il corridore Contini e il giornalista
Oliviero Beha. Spesso c’è spettacolo: il giovedì il maestro
Grossi suona la fisarmonica e il sabato l’ubriaco Vittorio spacca le sedie.
Il piatto da non perdere sono le «rane alla Marcella Bella».

Locali notturni

Il bar Coniglio, con i suoi sfolgoranti videogiochi e il suo flipper
spaziale, attrae soprattutto i giovani. Per chi ama il sexy, c’è
l’albero di quercia (all’incrocio via Butti e trentaseiesimo paracarro)
da cui, nelle notti d’estate, si può vedere la tabaccaia,
signora Amedea, che dorme in sottoveste.
Per chi ama il rischio, ci sono le partite a tresette al bar degli Anziani
e le gare di testate contro le macchine, dopo la mezzanotte. C’è
anche un topless bar, nel senso che è l’unico senza topi tra i tavoli.
È il «Gigi», via Butti e sesto paracarro,
specialità tombolino al caffè.

Bellezze e curiosità

Da non perdere il quartiere cinese, vale a dire la casa del signor
Bondioli, che è stato in Cina con i viaggi dell’
Unità
e ha tutta una camera piena di souvenir.
Tra i monumenti, famoso è il monumento a Bernardo Butti, raffigurante
Butti su una sedia mentre fa i calcoli e guarda verso l’orizzonte della valle
(Butti era un famoso geometra che progettò il ponte di Moltrasio e
rimase travolto dal suo primo crollo).
Il negozio «tutto per la pesca» del signor Carlo, con i suoi
famosi vermi canterini e il pesce gatto imbalsamato di nome Stalin.
Nel retro del negozio d i pesca c’è la «mostra del
galleggiante» che espone i più bei galleggianti da pesca
visti nella zona, tra cui uno dipinto in rosa attribuito a Savinio.
Le gemelle Tabarroni, cartolaie, vere bellezze locali famose per sapere
fare palle di gomma americana con diametri mostruosi.
I famosi «graffiti Tabarroni», sul muro della cartoleria,
vero capolavoro di «pig art», contenenti poesie, apprezzamenti
sulle gemelle e disegni di uno scatenato realismo anatomico.
Il cane da caccia del dottor Lolli, unico cane al mondo che cammini
all’indietro perché beve solo grappa.
La stalla Bigiaroni, a Capanne Bigiaroni (la Harlem di Castel di Setta),
con i famosi gospel di muggiti.
Il silos Magnavacca (detto l’Empire State Building d’Italia) alto sessanta
metri con un «forza Moser» dipinto a lettere rosse da due metri
cadauna.
Naturalmente le susine, le famose susine che danno il soprannome a
Castel di Setta. Ce ne sono di quattro qualità: la raspona,
la negrazza, la polda e la brunella. Le potete rubare la mattina presto
verso le sei. Gli americani vanno pazzi per questo sport e ne rubano fino
a tremila quintali l’anno. «A New York», dicono, «non
c’è nulla di simile».

Lo sport

A Castel di Setta lo sport più popolare è il lancio del
formaggio, o ruzzola.
Il campione locale, Locatelli, guadagna fino a sessanta formaggi l’anno.
Ma c’è anche una squadra di basket, i Castel di Setta Bulls.
Ha partecipato al campionato regionale finendo ultima, in quanto nessuno
dei suoi giocatori supera il metro e sessanta. La squadra sta però
trattando per l’acquisto di un forte giocatore di colore, il somalo
Abdul Assan, di un metro e sessantadue, attualmente tappetaro.
Gli americani vanno pazzi per questo tipo di basket a livello
del suolo.

Come ci si arriva

Da New York, tutti i giorni sei voli. Da Milano, un volo tutte le mattine.
Da Monzuno, con lo slittino.

Clima

Un freddo della madonna.

La «brosk dance»

Per finire, ecco la danza di Castel di Setta che ha invaso il mondo.
La ballano i suoi vecchi per strada, da soli o in gruppi.
Consiste in una serie di movimenti ondulatori sulle gambe, con rapide
rotazioni fin quasi a perdere l’equilibrio, a volte con cadute e capriole,
indi un rapido rialzarsi, camminata a zig-zag, tre passi a destra,
tre a sinistra, ondeggiamenti della testa e del busto e incredibili
acrobazie per mantenere la posizione eretta in discesa.
Alcuni coreografi che l’hanno studiata la definiscono «una magica
combinazione tra il buto, le arti marziali e l’acrobazia pura».
I vecchietti del paese si schermiscono, dicendo che non è poi
così difficile, basta bere quattro litri di rosso e le strade
sconnesse di Castel di Setta faranno il resto.
Più brutale ancora Giovanni Tabarroni, il miglior broskdancer del
paese, ha spiegato a un giornalista: «A san brisa un balarén,
a san imbariegh», che suonerebbe all’incirca: non sono un ballerino,
sono ubriaco, ma è proprio della cultura popolare essere a tal punto
genuina da non avere neanche più il senso delle proprie radici,
del proprio lontano e complesso strutturarsi, del proprio farsi arte
in una trasparenza senza narcisismi.

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