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Alla Fine Del 1992

Alla fine del 1992

Il primo ad andarsene fu Raul Gardini. Indignato per l’umiliazione subita
in Italia, caricò i tremila umilianti miliardi su una barca a vela e
partì per la Polinesia, dove impiantò una fabbrica chimica sotto
un vulcano, così nessuno si poteva lamentare dei fumi. Poi se ne
andò Agnelli. Il valore della Fiat era dimezzato in pochi mesi, aveva
licenziato il licenziabile e si era accaparrato l’accaparrabile. Anche lui
salì sulla barca e spari all’orizzonte. Sotto l’incubo della
recessione molti industriali seguirono il loro esempio. Si svuotarono i depositi
bancari e i porticcioli. Partirono anche gli imprenditori del Sud, massacrati
dalla mafia. Una flotta di barche a vela, motoscafi, gommoni e kayak
intasò le rotte mediterranee, e dopo un mese in Italia non c’era
più un industriale.
Poi se ne andarono i giudici. Visto che fare giustizia era impossibile nel sud,
qualunquistico nel nord e sovversivo con la Gladio, scioperarono. Ma il ministro
Vassalli, insigne giurista, li sostituì precettando gli arbitri di
calcio. I giudici se ne andarono in Colombia dove tirava aria migliore. Rimase
solo Casson, che continuò impavido a convocare generali. Ma tra i
generali scoppiò la sindrome di Turner. Questa malattia prendeva nome da
un generale americano che, tutte le volte che sentiva la sigla “Cia”
veniva colto da un attacco di diarrea e doveva alzarsi e andarsene. Dato che
l’italiano è pieno di parole come «pancia, ciabatta e
cialda», i generali iniziarono a scappare al gabinetto con ritmi da film
muto. E poiché Casson non demordeva, fuggirono in Sudamerica dove il
clima guarisce tutto.
Poi se ne andarono gli abitanti di Gela, Palermo, Reggio Calabria e Vimercate
taglieggiati dalla mafia. Se ne andarono i senzatetto di Roma e gli
extracomunitari presi a sassate, i licenziati della Olivetti e i cassaintegrati
Fiat. Ma la recessione colpì anche le impoverite schiere dei Vip. Dopo
una festa in casa Marzotto, a Cortina, in cui duemila Vip si erano letteralmente
sbranati per duecento tartine alla margarina, i Vip emigrarono in Russia, dove
diedero grandi milk-party a base di latte.
Ma il colpo mortale al paese venne dai calciatori. Uno alla volta, poiché
nessuno li poteva più strapagare, lasciarono l’Italia. Maradona
andò in Giappone dove lo clonarono e fecero una nazionale di undici
maradonini, la più forte e rompiballe del mondo. Il Milan fu venduto in
blocco da Berlusconi al Real Madrid e la Sampdoria fu comprata da uno sceicco
arabo perché gli piacevano le maglie. A fine anno la nazionale italiana
superstite era questa: Vicini, Brighenti, Agroppi, Biscardi, Cazzaniga, Maldini
(papà), Altafini, Sivori, Parietti, Schillaci (la mamma), Donadoni
(Walter, 8 anni).
Fu la fine: le frontiere sbragarono e un esercito di italiani in rotta invase il
mondo. Invano Cossiga scrisse una lettera a ogni cittadino ricordando la grande
lezione di Balbo, Pacciardi, Bartali e Sandokan (il presidente non era
più molto lucido, ma si era comprato un computer con stampante). Invano
la mafia si dichiarò pentita, poiché era rimasta disoccupata con
chili di eroina invenduta nelle città deserte. Alla fine, con una colonna
blindata di sessanta chilometri, tutti i mafiosi si trasferirono in Germania. La
Lega Lombarda recintò la regione e resistette eroicamente fino
all’ultima luganiga, dopodiché la carestia la obbligò a
emigrare in Marocco.
Gli abitanti dell’Italia erano ormai pochi milioni, e si aggiravano in un
paesaggio desolato e silenzioso, interrotto solo dalle esplosioni dei depositi
Gladio che i cani affamati facevano saltare raspando tra le rovine. Se ne
andò il Papa. Prese l’aereo dicendo «Mi fermerò un
po’ più del solito». Quando si accorsero che s’era
portato via i bermuda e la portantina, capirono che non sarebbe più
tornato.

Alla fine del 1992 in Italia erano rimaste solo tremila persone. Allora ci fu un
grande congresso della DC che si ricompattò intorno alla figura di
Andreotti. Ochetto propose elezioni anticipate. Craxi disse che non era il
momento per salti nel buio, ma poi cedette. Pesava ormai cinquantatré
chili ed era così debole che le sue celebri pause duravano dodici minuti.
Alla Rai deserta, era rimasto solo Bruno Vespa che si travestiva da
annunciatrice, da metereologo, da ospite e leggeva interminabili telegiornali
spiegando come la DC difendeva le istituzioni. Fu Bruno Vespa, collegandosi con
uno specchio, a dare i risultati delle elezioni: tutti i partiti avevano avuto
un voto a testa. «La DC e sempre la grande diga», dichiarò
esultante Forlani. «L’opposizione è viva», disse
Ochetto. Alla sera ci fu una tribuna politica molto accesa da piazza Navona, in
quanto i cartoni accesi per scaldare i partecipanti diedero fuoco a tutto. Rai
Uno comunicò trionfalmente che, con sedici spettatori, aveva avuto il
cento per cento di audience. Andreotti formò il governo con Gava,
Forlani, Edgardo Sogno e sedici topi. Cossiga litigò subito con i topi.
Le istituzioni erano salve.

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