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TOTÒ È IL MIO MAESTRO MA MITO È WILCOYOTE, IL BECKETT DEI CARTOON Di Stefano Benni

TOTÒ È IL MIO MAESTRO MA MITO È WILCOYOTE, IL BECKETT DEI CARTOON di Stefano Benni

Il Fatto quotidiano 30 agosto 2019

Ridere è un mistero.
Ci sono circa duemila modi di ridere, secondo gli scienziati, e se penso a tutto il tempo che ci hanno messo a catalogarli mi viene da ridere.
Si ride anche di quello che non si vorrebbe.
Si può ridere con razzismo, con cinismo, con disprezzo. A tutti noi qualche volta nella vita capita di fare una di queste risate.
Ridere nasce da equilibri e squilibri molto complicati. Il tempo comico o ce l’hai o non ce l’hai. Se voi siete dei NON raccontatori di barzellette, la vostra condanna è eterna. Questo non vuole dire che non avete senso dell’umorismo, semplicemente che non avete in dono le pause, i ritmi, o la dilatazione teatrale necessaria per raccontarle. E se insistete a raccontarle, avrete in risposta da chi ascolta quel sorriso di compatimento che è peggio di uno schiaffo.
A meno che non siate molto potenti, allora i sottoposti rideranno ma è puro servilismo.
La risata va guadagnata. Un attore sa che ogni sera il pubblico riderà spesso negli stessi punti, ma talvolta in punti diversi, o in ritardo, in controtempo, oppure riderà quando non c’è da ridere. O non riderà affatto. Ma il vero attore comico si vede quando, passata l’inerzia iniziale di simpatia, conquista tutti, anche quelli che non sono disposti a ridere.
Le risate finte televisive sono un trucco che ogni attore comico dovrebbe rifiutare.
Peggio che simulare l’orgasmo.
Nei libri le risate finte non ci sono. Però c’è gente che legge i libri così bene che fa ridere a ogni pagina.
I bambini ridono quando si stupiscono, dovrebbero esserci di lezione. Il riso dovrebbe nascere dallo stupore, non dalla serialità o dai tormentoni.
Si può raccontare e far ridere, ma adesso si preferiscono le mitragliate di brevi gag, il racconto non è importante.
Ridere è terapeutico ma ridere sempre e troppo, è segno di una patologia di imbecillità. I politici non ridono, sogghignano.
Ridere è una verità penultima, la propaganda e la serietà minacciosa dicono di possedere la verità ultima, ma noi sappiamo che non è l’ultima, è l’ultima per un breve tempo.
È molto difficile ridere di sé stessi. Bisognerebbe tenere una statuetta di Totò sul comodino che ogni tanto ci dica “mi faccia il piacere!” quando facciamo gli sbruffoni.
Ci sono dei linguaggi come il medichese, lo psichiatrico, l’avvocatese, il manageriale, il militaresco che è facile parodiare per far ridere. Ma coloro che parlano questi linguaggi tutti i giorni e li ritengono sacri, spesso non ridono della parodia, anzi si offendono.
Io non rido molto, ridevo di più una volta non so perché. Mi vengono attacchi di allegria senza ridere, questo sì.
Quelli che mi hanno fatto ridere e che ringrazio sono mille, l’elenco è ridicolmente incompleto. Ringrazio tra i libri Rabelais, Poe, Queneau, Mark Twain, Douglas Adams, Dorothy Parker, Achille Campanile, Ennio Flaiano e Carmelo Bene (ebbene sì, un genio del ribaltamento ironico) e poi Stanlio e Ollio e Buster Keaton e il dottor Stranamore e Belushi e Tognazzi, Troisi, Paolo Poli e altri cento e sopra tutti Totò, Totò e ancora Totò.
Non parlo dei vivi perché molti sono miei amici e altri sono permalosissimi ma sono tanti, specialmente attrici.
Dico Totò perché contiene tutto il mistero e le contraddizioni del comico e del ridere. Bellissimo e brutto, volgare e nobile, sguaiato e raffinato, allegrissimo e triste creatore di linguaggio e suo sabotatore. Sempre inafferrabile.
E mi fanno ancora ridere i cartoni animati, Vilcoyote per me è il Beckett dei cartoons. Il duello di magia della Spada nella Roccia è la mia droga. Ogni tanto devo rivederlo.
Non rido oggi di quel che ridevo ieri e domani chissà?
Si può ridere anche della morte, e molte strane morti fanno pensare che talvolta, anche la Vecchia con la Falce abbia sense of humor.
Ci sono cose su cui faccio fatica a ridere e inventare battute. Sono ad esempio la guerra e la catastrofe climatica. Divento pedante e serissimo. Ma altri dicono che si deve e si può ridere di tutto. A loro lascio questi argomenti.
I miei libri mi fanno ridere? Se li rileggo, qualche volta sì, e mi fa piacere. Mi fa piacere che ogni lettore rida di una pagina diversa, di una battuta diversa e, come in teatro, rida anche quando non c’è niente da ridere.
Gli animali mi fanno molto ridere, perché non sanno che fanno ridere e questo li rende irresistibili.
In Italia per finire, c’è gran consumo di umorismo, ma il senso dell’umorismo è calato. Gli haters sono il triste segno dell’ironia perduta. L’Italia ride spesso a bocca stretta e non è una risata liberatoria, è una risata isterica. Forse un giorno torneremo a saper raccontare e inventare umorismo da soli, non ingoiandolo dalla televisione.
Ah sì, per finire mi fa ridere Marco Travaglio in televisione quando sta tutto serio e dandy a bocca stretta perché quello è il suo personaggio, e si vede benissimo che gli scappa da ridere e intanto pensa: ma io che cazzo ci faccio qui. O sbaglio?

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