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Nonno Pollo Alla Guerra

Nonno Pollo alla guerra

E quando tutti i pulcini furono seduti intorno al camino acceso, nonno Pollo
cominciò a raccontare…
Eh sì, c’ero anch’io, ragazzi, nella Guerra del ‘91! Bei tempi
quelli, le abbiamo date sode agli iracheni. Mi ricordo che partimmo in un milione.
C’erano polli americani, galletti inglesi, gallinelle francesi,
tacchini italiani. Ci portò un B 52. Io ero in stia con Jack, un pollo
nero, ruspante, un duro scampato a mille brodi che divenne il mio migliore
amico.
Alla base di Dhahran ci spiegarono il nostro compito: in caso di attacco chimico
dovevamo respirare forte e morire per primi, così avremmo segnalato la presenza
di gas ai nostri ragazzi. In campo nemico, era un lavoro che Saddam faceva fare
ai curdi. Un lavoro duro, ma prezioso, come disse il presidente Bush in un
messaggio televisivo dalla sua Jacuzzi. Il vecchio George era il più gran
bigotto, ipocrita e guerrafondaio sulla faccia della terra. Qualsiasi cosa
dicessero gli iracheni, per Bush la guerra continuava. Siccome Saddam era
bugiardo come dodici Andreotti, il gioco era facile.
A Dhahran stavamo bene. C’erano i galletti inglesi un po’ snob e i
polli della Legione straniera con le uova tatuate. Poi c’erano i polli
italiani. Di questi, la metà non fu usata perché erano di Milano e
non solo non avevano paura dei gas, ma li sniffavano. Gli italiani però
schieravano il maggior contingente di Truppe Scrivaniate. Al fronte avevano
dieci Tornado e quattro navi, ma a casa avevano un presidente che parlava come
un sergente dei marines e trecentomila giornalisti ferocissimi, uno schieramento
impressionante. Gelli pubblicò l’appello: «Iscriviti alla Pi due,
è ora di far sul serio». Ebbe un grande rilancio. Che tempi!
Ricordo il primo attacco notturno. Ci caricarono su una pollomobile e via nel
deserto. Improvvisamente ci fermammo perché Saddam aveva annunciato il
ritiro dal Kuwait secondo la risoluzione Onu 660. «Ragazzi si torna a
casa», dissi io. «Aspetta, aspetta», disse Jack che la sapeva
lunga. Infatti poco dopo la Casa Bianca annunciò che Saddam doveva
ritirarsi anche secondo la 678 e la 679. Saddam rispose da Radio Bagdad che
accettava la 678 ma solo metà della 679, avverbi esclusi. Inoltre
comunicava di aver vinto la guerra, la coppa Davis e di avere il controllo di
tutta Chicago. Capii che la pace era lontana.
Quella sera guardammo la Crn (Chicken reunited network) dove un mostruoso
Fitzwater dichiarò che anche se Saddam si ritirava secondo la 679, la
mattina a messa Bush aveva già scritto la 680, la 81 e la 82. «Ma
allora il mandato dell’Onu non conta più?», chiese
l’operatore. «Se lei crede all’Onu», rispose Fitzwater,
«allora è proprio un pollo».
Il giorno dopo trenta di noi vennero ambiguamente invitati a pranzo nella mensa
dei marines. Io ero tra i sorteggiati, ma il vecchio Jack disse: «Vecchio
mio, vado io al tuo posto. Tu hai famiglia, io non ho nessuno. E poi un vecchio
pollo nero conta come un palestinese». Lo vidi andarsene cocorizzando un
blues, buon vecchio Jack.
Quella sera uno Scud centrò in pieno la mensa. Corsi lì e trovai
il vecchio Jack mezzo arrostito. In quel momento la radio trasmetteva un
discorso di Bush che diceva: «Per noi la guerra continua».
«Per noi no», disse il vecchio Jack, e spirò. Non
potrò mai dimenticarlo. La notte stessa chiudemmo gli iracheni in una
morsa, obliterammo divisioni, neutralizzammo truppe, ci sparammo addosso tra di
noi, bombardammo Bagdad dove la cosa più alta rimasta in piedi erano i
tombini.
Poi ci fu l’attacco finale nel deserto. Era una notte senza luna e
procedevamo in fila. Per la paura, una gallina davanti a me mi sparò un
uovo sul naso. Il capitano dei marines ci diceva: «Sentite niente? State
bene? Provate per caso una leggera nausea?». Si preoccupava per noi, quel
caro capitano. Ed ecco, davanti a noi le postazioni irachene.
Che paura! Cominciarono a uscirne dieci, venti, poi cento, sembrava
l’uscita di galera dei mafiosi di Palermo. Uno, magro e baffuto come una
volpe, mi balzò addosso e mi catturò. Stava già per
addentarmi una coscia, quando vide i marines. Mi chiese scusa e mi spiegò
che non mangiava da dieci giorni.
Gli iracheni si arresero a migliaia. Gli sguardi che ci lanciavano non li
dimenticherò mai: ci rosolavano con gli occhi. Dopo, ne vidi tante. Vidi
morti, migliaia di morti, e scoprii che alcuni avevano un certo valore, altri un
valore minimo, proprio come polli. Rividi il prigioniero iracheno che mi disse:
«Spiegami una cosa: se abbiamo vinto, com’è che io non me ne
sono accorto?». Quando tornammo in patria, ci fu una gran cerimonia, e
alla fine il presidente Bush disse «Dio benedica l’America, e lo
faccia entro ventiquattro ore, o se ne pentirà». Scappai e rifiutai
di farmi appuntare la medaglia sul petto. Feci bene. Poi mi dissero che, dietro
a ogni medaglia, c’era uno spiedo.

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