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Mio Caro Suddito, Tuo Silvio

Mio caro suddito, tuo Silvio

Caro suddito.
Sono passati pochi mesi da quando mi hai eletto e sono costretto
a darti un primo dolore. Tu lo sai bene, non ti ho mai detto la
verità e forse proprio per questo mi hai votato, ma ora ti prego,
leggi questa lettera come se fossi un altro, non più il tuo
adorabile pataccaro miliardario, ma un uomo sincero, perso nei
difficili meandri della politica (questa frase me l’ha scritta
Pera).
In questi mesi ho fatto una scoperta assai deprimente. Ebbene
sì, caro suddito, ho scoperto che il mondo è cattivo,
aziendalmente disorganizzato e, se non temessi di offendere il
Collega che lo ha creato, è un mondo tendenzialmente
filo-comunista.
Tutto ciò che avviene in Italia e nel mondo va contro le mie
intenzioni, le mie promesse, i miei hobby e i miei piani, e una
lunga serie di inconvenienti si abbatte sul mio programma di
governo.
Io non sapevo, ad esempio, quanto fossero diffusi inconvenienti
come l’Aids, le carestie le guerre e soprattutto la fame nel
mondo. Evidentemente c’è alla base di tutto un problema di scarsa
educazione. Perché tre quarti del mondo ha fame e non fa nulla
per ovviare a questo fastidio, ad esempio andare al supermarket,
o al ristorante, o telefonare a un take-away di pizza? Perché se
ne restano lì magri ed emaciati, creando imbarazzo e disturbo a
coloro che fame non hanno? Io ho spesso avuto fame, in questi
anni, ma non sono andato certo a chiedere vertici o
provvedimenti, me la sono cavata da solo o tutt’al più con
l’aiuto di un cuoco. Cosa c’è che rende così urgente questa
storia della fame, quale particolare mi sfugge?
Ma non solo questo duolo mi travaglia (questa me l’ha scritta
Urbani).
Un altro inconveniente che rovina la mia serenità politica è
quello dei «vertici». Io conoscevo questa parola dai tempi della
scuola, sapevo benissimo che il vertice è il punto del triangolo
dove si radunano più soldi, il vertice Fiat, il vertice Mediaset
eccetera. Ma adesso imparo che l’Italia deve ospitare un sacco di
vertici in cui non si guadagna niente. Quello della Nato, che
conosco bene, e quello di una certa Fao che credo sia una cosa
mezza cinese. Ma io ne ho avuto abbastanza di Genova. Anche se vi
posso assicurare che la prossima volta non ci saranno deputati di
An nella sala operativa dei carabinieri, ma i carabinieri
lavoreranno direttamente nella sede di An. E questo movimento
no-global non è solo italiano, è un inconveniente mondiale, e mi
sa che non molleranno neanche se inventiamo cento bombe e cento
grandi vecchi, stavolta hanno capito il trucco. Perciò vertici
non ne voglio più, se i potenti del mondo vogliono venire ad
Arcore io gli apro la mia villa, feste da ballo sì, buffet
bipartisan sì, Gasparri sul cubo sì, ma vertici no, costano
troppo, i poliziotti si sbranano tra loro, si incazzano i
cittadini e ci può essere anche il piccolo inconveniente di
qualche morto. Se qualcuno mi parla ancora di vertici, io per
legittima difesa gli scardino il cranio a manganellate (questa me
l’ha scritta Fini).
E poi, caro suddito, c’è la mafia. La fastidiosa, dispettosa,
persistente mafia. La mafia è come il Lipobay. Abbassa il tasso
di disoccupazione ma provoca leggeri effetti collaterali come
omicidi, grassazioni, tangenti e giudici che saltano in aria. Ma
Lunardi ha ragione: bisogna conviverci, non bisogna esagerare, i
capitali mafiosi sempre soldi sono, ed è inutile teorizzare se
son puliti e sporchi, una legge dell’azienda dice: soldo
guadagnato soldo lavato
. Perciò io avevo deciso di accettare
la proposta Lunardi in tre punti.
A) appalti a metà tra governo e mafia, magari con contabilità
diverse e diversa applicazione del falso in bilancio. Ad esempio
potremmo dividere il ponte di Messina in due tranche. I cantieri
dello Stato partono dalla Calabria, la mafia dalla Sicilia, ci si
incontra a metà, si scambiano i gagliardetti come all’inizio
delle partite di calcio e poi ognuno per la sua strada.
B) affitto di tutti i piloni di cemento a Cosa Nostra per
eventuale tumulazione di avversari.
C) nuovi cartelli all’inizio di ogni galleria autostradale:
si prega di accendere i fari e di pagare il pedaggio ai due
signori coi baffi che troverete a metà del tunnel
.
Ma subito, sia nel mio governo sia all’opposizione, mi hanno
detto che non si poteva fare. Cosa ci posso fare io se esiste un
fenomeno endemico, una malattia territoriale, un inconveniente
psicosociale come la mafia? Io ogni anno vado in vacanza al sud,
precisamente alle isole Bermude, e lì nessuno lamenta della
mafia. Allora, esiste davvero o mi state prendendo in giro?
Perché D’Alema non mi ha avvertito? E perché Dell’Utri quando
glielo chiedo si chiude in bagno? E’ una congiura.
Comprendi il mio duolo, caro suddito elettore, questo è un mondo
imperfetto, se fossi un demiurgo (questa è di Casini) licenzierei
tutti. In quanto al conflitto di interessi, sono stufo di questa
lagna. Si dice sempre: «è una persona con molti interessi» per
indicare una persona attiva, culturalmente vivace. E allora
perché questo non deve valere anche per me? Io giuro che non
sapevo di avere tutte quelle televisioni, mio fratello Paolo non
mi aveva detto niente. Cosa ci posso fare se a mia insaputa
qualcuno compra la Mondadori? Che ne so io delle sale
cinematografiche, io al cinema non ci vado mai, ho la sala in
casa. Beh, sapete cosa vi dico? Non ho la minima intenzione di
rinunciare a quei quattro soldini che ho messo da parte e del
conflitto di interessi me ne frego. Io mollo tutto a Fini e
Bossi, che per un posto in più ormai sono pronti a scambiarsi
doppiopetti, canottiere e anche i rispettivi partiti. Quando ho
firmato quel contratto, non sapevo che il mondo era un azienda
piena di magagne. Voi mi avete truffato, non io. Perciò non vi
abbasso le tasse e zitti.
Ma io sono generoso, modesto e trino. Perciò farò per voi
qualcosa che non ho mai fatto prima. Vi aprirò la password del
mio cuore, vi confesserò qualcosa che non direi a nessuna tonaca
nera o toga rossa. Vi dirò, finalmente, come ho fatto i soldi.
Lavoravo come pianista e cantante su una nave da crociera. Ero
giovane e ingenuo, cantavo anche canzoni comuniste come «Papaveri
e papere», ma la mia preferita era «La vita è un paradiso di
bugie».
Una sera che ero particolarmente stanco e triste, e il futuro mi
appariva incerto, mi apparve un uomo elegantissimo e di
venerabile aspetto. Era Licio Gelli. Mi diede un biglietto da
visita a cui mi iscrissi, mi parlò del fastidioso inconveniente
della democrazia e prima di andarsene mi consegnò la mappa di un
tesoro sottomarino. Quella notte stessa mi buttai in mare
trattenendo il fiato, scesi a settecento metri di profondità,
trovai uno scrigno pieno di gioielli, combattei nell’ordine
contro un sottomarino russo, un calamaro gigante e una cozza
anomala e dopo circa mezz’ora di apnea risalii sulla nave e da lì
cominciò la mia fortuna.
Ma già sento che non mi credete, anzi pensate che mi sia
inventato tutto. O ipocriti lettori, sudditi di merda, comunisti!
Ebbene volete sapere la verità? Analizzate bene il mio sorriso
stereotipato, i miei fotomontaggi, il mio linguaggio e i miei
scatti d’astio. Scoprirete il mio segreto. Io amo i miei
dipendenti, i miei cortigiani, i miei elettori. Ma quando costoro
perdono la peculiare qualità di servirmi, mi diventano
indifferenti. Ebbene sì, non capisco, anzi disprezzo
profondamente l’inconveniente del genere umano. La gente non mi
piace, il mondo non mi piace, tutto ciò che non va a mio pro mi
prostra. Non mi sentirete mai pronunciare con vera partecipazione
o emozione la parola «dolore». Il resto è silenzio (non ricordo
se è un verso di Shakespeare o un consiglio di Previti).

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