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Questo è Un Ultimatum

Questo è un ultimatum

È vero, sono le elezioni col dibattito più noioso
e becero dal dopoguerra. Non solo per colpa di un premier gonfio di
veleno che odia ormai l’ottanta per cento dei cittadini che vorrebbe
governare. Non solo per la vergognosa subalternità dei suoi alleati. Ma
anche per una sinistra pietrificata nello show mediatico “scontro tra i
poli”, più preoccupata a rispondere alle perfidie dei leaderini avversi
che al bisogno di chiarezza degli elettori. Sicuramente il
centro-destra stramerita di perdere, probabilmente i leader di sinistra
non meritano del tutto di vincere. Ma meritano di vincere i cittadini
stanchi di questo governo. Soprattutto quelli che hanno avuto qualche
piccolo o grande impegno, o battaglia, parola, atto di pazienza o di
ribellione contro il berlusconismo.
Tra questi c’è il maledetto
manifesto, ancora alle prese con problemi finanziari, squilibri
giornalistici e un fatalismo da dies irae che vorrei scaramantico ma
forse è reale.
Insomma, lettori, se ho capito bene stavolta il giornale
rischia di chiudere davvero e non in tempi lunghi. Abbonarsi è più
prezioso che mai. Ve lo dico in altri quattro modi, in stile manifesto.

Stile pagina esteri

I riflessi della politica petrolifera di Chavez e
il nuovo ribaltamento degli equilibri in Ucraina comportano un assetto
globale dell’asse nord-sud-est-ovest che rende problematica al momento
la distribuzione del manifesto a Reggio Emilia. Eravamo stati facili
profeti nel dire che la vittoria di Hamas e la situazione del Corno
d’Africa avrebbero colto impreparato l’occidente, così come l’esplosiva
situazione dei clandestini in Usa ha avuto come riflesso una lieve
flessione del manifesto in Sardegna. Ma se la sinistra italiana si
allinea alle posizioni Nato, non possiamo non vedere come in
Bielorussia e soprattutto in Cina la nuova edge-frontier economica che
arricchisce le coste ma lascia povero l’interno, insieme al ruolo ormai
centrale del mercato della coca e al relativo istituzionalizzarsi dei
movimenti di guerriglia separatista fa sì che la crisi dei gasdotti e
il contemporaneo boom tecnologico dell’India pongano
all’internazionalismo una domanda irrinunciabile: quando ci pagano gli
stipendi?

Stile Loris Campetti

Negli anni Sessanta a Torino la
creatività operaia era già così sviluppata da permettere alle lotte di
essere non soltanto alternative, ma propositive, anche se il sindacato
fu colto impreparato e ignorò il potenziale rivoluzionario in atto. Ne
fa esempio la testimonianza ascoltata ieri al centro Guevara di
Collegno, dove l’operaio Perinotto ha raccontato un episodio della
lotta alla Fiat. Davanti ai cancelli venivano distribuiti volantini
realizzati con un ciclostile costruito esclusivamente con pezzi rubati
in fabbrica dalla manualità operaia, e stampato con inchiostro ottenuto
da spremitura di biro di caporeparto. Un noto esponente della
nomenklatura comunista, passando davanti alla fabbrica su una lussuosa
vespa, si fermò, lesse il volantino e disse: «Posso concordare con il
contenuto, ma la veste grafica è misera». Gli operai lo contestarono e
gli dipinsero la vespa con graffiti di lotta. Per fortuna tutto si
risolse davanti a un risotto con salsiccia cucinato dentro a un paiolo
fatto o mano sul posto riciclando cofani di auto di dirigente. Ora la
situazione è diversa: la veste grafica dei giornali della sinistra è
spesso lussuosa, ma manca la salsiccia preziosa del contenuto. E
soprattutto, se non c’è il risotto, come riusciremo a contenere le
tensioni interne?

Stile pagina spettacoli

In questo film-crisi sospeso
tra l’iconografia surffulleriana della West Coast e il delirio
gotico-trash di Lynch c’è una linea intermedia che sfiora l’ironia
nazional-morettiana e il ricordo di Carmine Gallone per approdare a un
erotismo filmico che coniuga l’onnipotenza plastica dei cartoon alla
Tex Avery alla flessibilità silenziosa di Celentano e al non-cinema in
quanto de-significazione de-godardiana in cui la violenza del pulp
tarantiniano è, diciamo così, liofilizzata in puro lancinante
frame-proiettile subliminale che ci obbliga a posare per un attimo il
nostro sacchetto di popcorn e rivisitare la lezione di Kaurismaki,
Boldi e Carl Barks in un sofferto disallineamento tra effetto speciale
e fantasma mediatizzato, inteso come bagliore dionisiaco dello schermo.
Alla fine di tutto, però, resta la frase che ci ha rivolto all’entrata
del cinema un giovane spettatore, strepitoso mix di neorealismo alla
Bombolo con derive glamour pasolin-fassbinderiane condensate nella
maglietta «Totti ritorna», e cioè: «Io ar cinema nun ce vado perché non
c’ho ‘na lira».

Stile Valentino Parlato

La macroeconomia e la
microeconomia, hanno come punto di contatto, diceva il mio amico Guido
Carli, un fondamentale interesse per il danaro. È troppo chiedere alla
sinistra di coniugare la parola benessere in termini non solo
ideologici e utopici ma anche di realismo e concretezza degli scambi di
mercato? Come diceva il mio amico Epaminonda, un soldato digiuno da due
giorni combatte con più rabbia, un soldato digiuno da una settimana non
combatte. Il nostro piccolo giornale combatte da anni e come disse il
mio amico Gheddafi a Lapo Elkann, sarai anche ricco ma sei un gran
fighetto. Non dobbiamo essere ricchi ma neanche fighetti. Abboniamoci
al manifesto, perché come disse il mio amico Ernesto, quello del piano
di sotto a cui hanno svaligiato il garage, si apprezza una cosa
soprattutto quando ci manca.

Per finire. Non è facile ironizzare su un
problema grave come la mancanza di fondi del manifesto, ma mi è stato
chiesto, e non so quanto sarebbe efficace un comizio lamentoso. Sono
però assolutamente serio nel dire che non posso immaginare un futuro
senza questo amato-odiato giornale, sia che si vinca, sia che si
pareggi, sia che… Sento dire in giro che è triste poter scegliere una
volta ogni cinque anni. Che il voto ha un valore esagerato, in una
democrazia guasta e cinquantunista che disprezza e degrada il termine
«opposizione» a puro fastidio e ostacolo. Non sono d’accordo: è vero,
votare è una semplificazione e una riduzione della complessità e dei
desideri del paese. Ma scegliere si può sempre, ogni giorno. E
scegliere di abbonarsi al manifesto è un piccolo voto. Votiamo due
volte, questo mese.

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