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La Montagna Dell’orrendo Drago

La montagna dell’orrendo drago

Ci sono voluti due giorni supplementari, ma alla
fine l’obiettivo è stato raggiunto: i 300 abbonamenti necessari a
conquistare l’ultima puntata del «racconto con ricatto» sono arrivati e
dunque Magaloot, Benni e «il manifesto» onorano l’impegno preso con i
lettori. Ma più in generale la campagna abbonamenti va a rilento: ne
abbiamo raccolti 300 in meno dello scorso anno. Non escludiamo
l’ipotesi che, qualora riuscissimo almeno a raggiungere l’obiettivo
dello scorso anno (circa seimila abbonamenti), Magaloot possa tornare a
raccontare sul «manifesto» una nuova avventura. Stefano Benni, almeno,
non l’ha escluso precisando però che il prezzo per resuscitare il cavaliere
democratico è alto — seimila abbonamenti, appunto — e «questa volta non
faremo sconti a nessuno». Decidete voi.

Così Magaloot si diresse verso il monte Dahù, in
cima al quale si trovava la grotta delle Nuvole ove era intanato
l’orrendo drago Alibus Sarkenj. Il valoroso cavaliere, mentre saliva a
piedi il nervoso e erto cammino, sentiva i brividi nella schiena.
Benché fosse assai valoroso, nutriva infatti una lieve apprensione.
Tutti sapevano che il drago aveva sbranato divorato e violentato almeno
un migliaio di valorosi cavalieri. Ma forse Magaloot tremava
semplicemente di freddo, perché durante il bivacco notturno, alcuni
disonesti villici gli avevano rubato corazza e stivali. Per cui
procedeva vestito solo di un camiciotto di lana grezza, e un paio di
vecchie pantofole trovate in una discarica. Ma aveva ancora al fianco
la fedele spada Mooogat, due metri di ben temprato acciaio.
***
Era mattina presto quando giunse alle pendici del monte Dahu. Credeva di
trovare un paesaggio deserto e pauroso, invece tutto era assai mondano
e frequentato, e nell’aria fluttuava odor di cioccolata in tazza con
panna.
Giunto al luogo chiamato Funivia, capì che non era il solo a
voler uccidere il drago. In fila per salire alla grotta c’erano decine
e decine di cavalieri, abbigliati in modi inusuali.
Portavano giubbe di colori sgargianti, e brache rigonfie, e formidabili stivali con ganci di acciaio,
serrati alla caviglia.
Ma ancor più strane erano le loro armi. Impugnavano infatti una lancia di
metallo affilato, fatta di due lame tenute insieme, coi colori del loro
casato. Inoltre erano muniti di piccole spade con rotellina in cima.
Alcuni di essi avevano elmi colorati, altri berretti a punta. Ma
c’erano anche donne e bambini coraggiosi, anche loro armati di una
piccola doppia lancia. Entrando in affollata fila nella funivia, le
lance sbattevano le une con le altre, gli spadini si incastravano e gli
stivaloni facevano gran frastuono e ognuno pestava i piedi dell’altro,
e il clima era teso e guerresco.
Tutti guardarono con stupore Magaloot unirsi a loro.
— E gli sci? — disse il cavaliere che controllava il suo biglietto.
Forse era un saluto locale.
— Eglisciò — rispose Magaloot.
Il cavaliere scosse la testa in modo strano.
Furono
stipati nel ventre della funivia, un meccanico ippogrifo che li fece
volare in cima alla montagna. Gli altri cavalieri sembravano sprezzanti
del pericolo, ridevano, petavano e parlavano di piste nere e rosse,
evidentemente vie segrete per arrivare alla grotta.
Giunti in cima, tra le nevi e le bianche cime, un cartello diceva: «benvenuti alle piste del Drago».
E
ovunque si vendevano souvenir e draghetti di plastica e magliette col
drago e cappelli con creste da drago e persino maschere da drago. E
ovunque i cavalieri pullulavano, e alcuni di essi, con un lesto
incantesimo, si misero la lancia sotto i piedi, come un tappeto
volante, e sparirono zig-zagando sulla neve.
Magaloot capì che erano maghi esperti e non poteva batterli tutti. Perciò piantò la spada nella neve e con voce tonante chiese:
— Chi è il migliore di tutti qui?
Un piccolo guerriero con l’elmo giallo gli si fece incontro e disse:
— Il migliore è il maestro Gino.
— Bene — disse Magaloot —. Maestro Gino, ovunque tu sia, fatti avanti.
Dalla schiera dei guerrieri uscì un uomo alto e abbronzato, con piglio sicuro.
— Cosa vuole da me, signore? — chiese.
— Dobbiamo confrontarci ora, subito — disse Magaloot.
— Ora non posso. Ho sedici persone. Facciamo alle cinque del pomeriggio.
Magaloot
non poté trattenere un moto di ammirazione. Il Maestro Gino si batteva
con sedici cavalieri alla volta! E poi sarebbe toccato a lui.
— Alle cinque ci sarò…
— Sì — disse il Maestro — alle cinque, alla partenza del Fiocco di Neve. Ma si copra, o prenderà freddo.
***
Magaloot
stava per reagire con dure parole a questa beffarda osservazione. Ma in
quel momento la funivia eruttò tutti insieme duecento cavalieri, che si
accalcarono sbattendo le lance, e scancherando. Alcuni caddero sulla
neve stremati, altri si misero a cantare, altri zig-zagarono via.
Intanto il maestro Gino era sparito nel nulla.
— Va bene — disse
Magaloot — qui c’è solo una gran confusione. Questi cavalieri perdono
tempo, ma io andrò direttamente alla grotta delle nuvole e guai a chi
mi taglia la strada.
Così scalò faticosamente un pendio nevoso, e
giunse davanti alla grotta. Ne usciva un odore terribile. Carne umana
cotta, pensò Magaloot! Ma non esitò ed entrò.
Nessun cavaliere concorrente che gli sbarrava il passo. Anzi il luogo era deserto e un cartello diceva
«Per il drago a destra. Orario di visita, dalle ore 15».
Era
ancora mattina ma il sangue ardente di Magaloot non poteva certo
aspettare. Percorse così una lunga gelida galleria. Alle pareti v’erano
pubblicità delle lance e delle corazze che aveva appena visto, e una
formula magica di tre parole: SCI. L’odore di carne umana cotta era
sempre più forte, e Magaloot fu avvolto in una nuvola di fumo acre e
oleoso. Il fiato del drago, certamente.
Era invece un montanaro che
vendeva una pozione di polenta e salsiccia. Evidentemente l’ultimo
pasto, prima dello scontro con la belva.
— Non è ancora ora — disse il montanaro.
— E’ sempre l’ora del fato — disse Magaloot.
Il montanaro borbottò qualcosa nell’idioma locale.
Così Magaloot arrivò al centro della grotta e lì, finalmente, vide l’obiettivo della sua ultima grande impresa.
Alibus
stava sul fondo di una profonda buca. Era enorme. Per la verità
Magaloot non aveva mai visto un drago così. Era un vermone obeso,
sdraiato sulla pancia, e dormiva. La coda dondolava al ritmo del
pesante respiro.
Tutto intorno c’erano brandelli di cavalieri
simili a salcicce. E anche ossa spolpate e teste sanguinanti e
verdastre, di creature mai viste. Un cartello ammoniva:
«Non date da mangiare all’animale!».
Era evidentemente, l’ultimo avviso per impedire ai cavalieri il rischioso confronto.
Ma Magaloot non temeva nulla, lanciò il suo grido di guerra e si preparò allo scontro.
Il drago non si mosse, anzi continuò a russare.
Un
trucco, evidentemente, pensò Magaloot. Anche se quel drago sembrava
obeso, era evidente che era pronto a balzare su di lui in ogni momento.
Perciò egli raggiunse uno spuntone di roccia e da lì si lanciò sulla
pancia del drago e gli puntò la spada contro il cuore.
— Ti ho sorpreso, immonda bestia — gridò, preparandosi a infilare Moogat nella carni del mostro.
Per la verità le carni erano così flaccide che a Magaloot sembrava di essere su un materasso ad acqua.
Il drago lanciò un grido insolitamente flebile.
E subito accorsero alcuni cavalieri alcuni armati di lancia e spingarda.
— Non voglio il vostro aiuto — gridò Magaloot — il drago è mio e lo uccido io.
— Non ci pensi neanche! — disse un primo cavaliere.
— Fermate il pazzo — disse un secondo.
— Aiuto, uccidono Ciccio — dissero in coro gli altri.
Magaloot
restò interdetto. Il drago evidentemente aveva degli schiavi custodi,
forse draghetti trasformati, o nani della caverne. Ma certo non lo
avrebbero fermato.
— Chi siete voi, stolti dracofili? E perché non volete che io uccida il tiranno che da anni vi perseguita?
Un volto noto si sporse sulla buca. Era il maestro Gino.
— O nobile cavaliere. Ritengo che voi siate fuori di senno. Il drago è tutta la nostra fortuna e voi volete ucciderlo?
— Fortuna? — chiese Magaloot interdetto, mentre il drago, per la paura, emetteva flatulenze silenziose ma perfidissime.

Certo — disse Maestro Gino — eravamo un piccolo paese di montagna, con
un solo skilift e due misere piste. Da quando è stato scoperto il
drago, siamo un grande cento turistico. Vengono da tutto il mondo per
vedere Alibus, fotografano, comprano, sciano, polentano. Eravamo miseri
e ora siamo benestanti. Io ad esempio facevo il riparatore di uccellini
di legno per cucù. Ora sono il maestro di sci più conosciuto della zona
e mi trombo il cinquanta per cento delle allieve.
— Ma codesto «sci» è l’incantesimo che vi fa zig-zagare sulle lance?

Ma cavaliere, venite forse da Pigrum il paese più tonto della terra?
Non sapete cos’è uno sci? E una seggiovia? E la polenta con la luganiga?

Non vi capisco — disse Magaloot confuso — ma so che devo uccidere il
drago per difendere i deboli e compiere una grande democratica impresa.

Ehm — disse un uomo con la barbetta — scusate se mi intrometto, sono il
borgomastro del paese. Capisco che voi siete intriso di leggende
cavalleresche. Ebbene io vi dico che se ucciderete Ciccio, cioè Alibus
Sarkany, non difenderete i deboli, ma ci riporterete in miseria,
compiendo un atto guerrafondaio, padronale e elitario, cadendo altresì
nella deriva populista. Inoltre il drago da anni è nutrito da noi con
salsiccia e cocomeri, ha assolutamente dimenticato ogni ferocia e ha
paura di tutto, anche dei pipistrelli. Vi sembra un’impresa uccidere
una creatura così inerme? Ve la vedrete voi con gli animalisti?

Affè mia, che confusione — disse Magaloot sconsolato — in effetti
adesso che lo guardo, non ha che mozziconi di artigli, la coda smussata
e una faccia da can barbone. Non lancia fiamme ardenti, ma peti
maleodoranti. E’ un ben misero drago.
— Su lasciatelo andare. Toglieteli quella spada dalle trippe.
Magaloot scese dal drago, sempre più perplesso e anche un po’ arrabbiato.
— Ma io devo compiere la grande impresa! O Fanfal, cosa devo fare? — gridò, alzando la spada al cielo.
***
E
Fanfal forse lo udì. Perché il drago, visto che l’aveva scampata, per
riprendersi, ingoiò un cocomero intero. Ma era ancora impaurito e il
cocomero gli andò per traverso nella strozza. Iniziò a rantolare,
soffocato.
— Aiuto, il drago muore — urlarono i cavalieri.
— Ci penso io — disse Magaloot.
E menò con la spada una piattonata micidiale nella schiena del drago. A quel colpo, Alibus sputò il cocomero, e fu salvo.
Inutile
dire che la notizia che un cavaliere straniero aveva salvato il drago
da morte orrenda, percorse tutta la valle e rese Magaloot molto
popolare. Per tre giorni e tre notti si festeggiò la sua impresa. Gli
vennero donate due paia di lance-sci, giacche a vento, scarponi, e
varie porzioni di polenta e salsiccia accompagnate da vini locali. Il
borgomastro gli diede le chiavi della città e la moglie del borgomastro
ci aggiunse un piacevole extra.
Quindi Magaloot, su una slitta tirata da due vigorosi stambecchi, tornò a Pigrum.
Dopo
dieci giorni di viaggio, arrivò alle porte della città, stanco ma
felice. Già pregustava gli onori e il bagno di folla che gli sarebbe
stato riservato. Scrutò se vedeva vessilli o udiva fanfare risuonare,
ma non vide ne sentì nulla.
Entrò nella via principale del paese e non c’era nessuno, dico nessuno a aspettarlo.
Quel giorno c’era la partita di calcio in televisione, Pigrum contro Mordor.
Così
Magaloot compì tre straordinarie imprese, ma nessuno dei suoi sudditi
se ne accorse. E su questo egli riflettè amaramente chiuso nel suo
torrione per un mese intero. E ancora sta riflettendo, e c’è da
scommettere che sta preparando qualche altra grande impresa, che avremo
l’onore di raccontarvi.

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