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Escalation

Escalation

Ventiseiesimo giorno di guerra

Il generale della Nato Wesley Clark Kent sostiene
che gli aiuti umanitari al Kosovo sono insufficienti. Ci vogliono
altri trecento aerei. Ci tiene a ribadire che non ha paura di una
terza guerra mondiale, perché la macchina da guerra americana è
perfetta. Il treno serbo è stato bombardato perché non era in
orario, il disguido è attribuibile al cattivo funzionamento delle
ferrovie locali. Se abbiamo bombardato dei profughi ci scuseremo,
ma non è un problema militare, è un problema di galateo. Intanto
a Washington la segretaria di Stato Albright respinge le accuse
di un’entrata in guerra superficiale e avventurista. Il
presidente Clinton la difende dicendo “La Albright resta al suo
posto, è assolutamente intoccabile e infatti è l’unica donna
della Casa Bianca che non ho mai toccato”. Il Pentagono mostra le
foto di un importante obiettivo colpito: un garage dove vent’anni
prima c’era una caserma dell’esercito serbo. Alla domanda: ma che
senso ha bombardare un obiettivo vuoto da vent’anni, il Pentagono
ha risposto che questa è la prova che bisognava intervenire
prima. Ora è necessario colpire ancora più duro. Da Aviano gli
aerei partono così fitti che si sono avuti già quattro
tamponamenti. Tutte le portaerei americane si dirigono verso il
mar Mediterraneo. D’Alema ripete che non crede in un allargamento
del conflitto, anche se la sua barca è stata requisita. Blair si
dice contrario all’invio di truppe di terra, ma forse l’atomica
potrebbe spianare la via al dialogo.

Ventottesimo giorno

Le truppe serbe sconfinano a Trieste, dove entrano
in un bar alla ricerca di guerriglieri dell’Uck. Milosevic nega
l’accaduto e smentisce addirittura l’esistenza di truppe serbe,
giurando di aver mandato tutti in licenza da un mese. Dichiara in
televisione che il popolo serbo difenderà la sua terra. Poco dopo
un portavoce del presidente precisa che il termine “sua” non va
riferito al popolo, ma a Milosevic stesso. La moglie di
Milosevic, intervistata da Marzullo, smentisce l’esistenza dei
profughi kosovari e sostiene che è tutta una messa in scena della
Nato, che ha trasportato sul confine albanese trecentomila
comparse. A riprova del trucco mostra un filmato dove, nella fila
dei profughi, si vede chiaramente Kirk Douglas. Nega che il
filmato sia un vecchio film di guerra, nega di conoscere
Milosevic e nega l’intenzione di invadere l’Albania, la Bulgaria
sarebbe meglio.

Trentaseiesimo giorno

Il generale Clark annuncia gli ultimi successi
strategici Nato. Distrutte cinquantasei antenne paraboliche e il
telecomando di una caserma, con grave danno al morale delle
truppe serbe. Colpiti due treni, ma solo i vagoni di seconda
classe. Bombardati un centro commerciale che una volta era il
ministero della marina e un appartamento del centro di Belgrado
dove Milosevic giocava a poker quando era studente. Alla domanda
se sono stati colpiti anche carri armati o blindati, il generale
risponde che l’implacabile macchina da guerra americana sta
cercando di capire dove sono nascosti, e i satelliti spia
aspettano che i piloti escano per pisciare. Clinton invia altri
seicento aerei e i suoi due cani da traccia. D’Alema non crede
all’allargamento del conflitto, e sostiene che l’Italia non sta
attaccando ma partecipando a azioni di difesa integrata contro
obiettivi potenzialmente ostili, e se qualche serbo muore, è
perché non ha capito lo spirito della nostra partecipazione.
Clamorosa iniziativa diplomatica di Bossi che propone di
risolvere il conflitto concedendo a Milosevic l’immunità
parlamentare. Berlusconi istintivamente si dice d’accordo e ci
vogliono parecchie ore perché i suoi riescano a convincerlo del
contrario. Ventisei portaerei si mettono in fila dal porto di
Brindisi e saltando da una all’altra, mancano soltanto cento
metri alla costa jugoslava. Così nessuno potrà dire che mandiamo
le truppe via terra, sostiene Scognamiglio. Altra figura di merda
dell’Onu che si fa mettere da parte e lascia gestire alla Nato i
campi profughi. Tutta l’Italia raccoglie soldi per i kosovari
perché è un piacere vedere un popolo così calmo e remissivo,
invece di quelle bande chiassose di albanesi che invadono le
nostre città.

Cinquantesimo giorno

Il primo ministro russo Primakov ha un proficuo
incontro con Kofi Annan, al termine del quale viene trovato
l’accordo per non allargare il conflitto al di fuori del sistema
solare. Il presidente russo Boris Eltsin, durante un’operazione a
cuore aperto, reclama che sta ancora aspettando il milione di
dollari e che quando ha sollecitato l’arrivo del pacco, alludeva
ai soldi e non a Cossutta. Truppe serbe invadono il Lichtenstein.
Milosevic nega l’esistenza di qualsiasi sconfinamento e appare in
televisione insieme a Rugova, a Tito e a Roger Rabbit. Nega
l’esistenza di un problema kosovaro. Nega l’esistenza di
un’opposizione interna. Nega di conoscere questo Milosevic di cui
si parla tanto e viene ricoverato in clinica in condizioni che
sono definite “gravi, ma non eltsiniane”.

Settantasettesimo giorno

Truppe di terra Nato invadono il Kosovo. Gli
italiani partecipano solo come osservatori, ognuno a cavalluccio
di un marine. Il ministro della difesa Scognamiglio giunge nella
zona delle operazioni portando tutto il suo bagaglio di
esperienza. Consigliato di indossare gli anfibi, appare con un
gilet di rane. Imbarazzo degli alleati. L’Italia non ottiene il
comando della missione ma ottiene che gli elicotteri Apache
attacchino al suono di “Con te partirò”. Gli elicotteri
crivellano di missili i carri armati serbi, astutamente
mimetizzati da mucche con vernice bianca e nera. Analizzando
l’intenso odore di roast-beef, il Pentagono deduce che si
trattava di mucche vere e che non c’è traccia dei carri armati.
Qualcuno canta vittoria, ma il generale Clark non si fida e
chiede l’invio di altri trecento aerei e seimila cani. Si apre la
fase cinque, detta “fase Moon”, che consiste nel rendere la
Jugoslavia simile alla superficie lunare. Da Aviano gli aerei
partono due alla volta e i piloti sgommano e fanno le gare di
ripresa. Clinton discute con Annan e Zeman la possibilità di
usare l’atomica come arma di difesa integrata. D’Alema a questo
punto prende una posizione del tutto autonoma nascondendosi sotto
la scrivania. Ma Berlusconi lo accusa di stalinismo
veterowoytilista e gli dice che se l’America non avesse usato
l’atomica in Giappone, ora metà dei ristoranti italiani
servirebbero pesce crudo, e inoltre che in guerra non ci vogliono
i pentiti e figuriamoci in pace e che l’unico modo di evitare che
torni il muro di Berlino è di ricostruirlo noi per primi. Colpito
dalla serietà delle argomentazioni di Berlusconi, D’Alema si
riallinea.

Centesimo giorno

Una clamorosa notizia rivela dov’è finito l’esercito
serbo. Aerei e carri armati serbi, regolarmente imbarcati su navi
di linea, sbarcano sulle coste del Maryland. L’America è
completamente sguarnita, non c’è più una nave né un aereo.
Clinton denuncia l’aggressione, mentre scappa dalla Casa Bianca
sotto una gragnuola d’artiglieria. Le truppe serbe conquistano
Pittsburgh. Lunghe file di auto in fuga intasano le autostrade
americane. Bombardato il ponte di Brooklyn. Alla televisione
italiana scoppia una rissa per decidere se i soldi raccolti per i
kosovari devono essere trasferiti ai profughi americani. Eltsin
chiede subito un prestito in dollari a Milosevic.

Centoventesimo giorno

La Serbia, spianata dall’atomica, viene invasa da
truppe e profughi americani, Un ponte aereo porta un milione di
cittadini di Chicago a Novi Sad. Le basi di Aviano e Gioia del
Colle vengono ampliate per accogliere questa invasione. Agli
italiani restano Roma e il ducato di Parma. “Ci siamo imbarcati
in un’avventura improvvisata – dichiara improvvisamente D’Alema –
dovevamo capire che la grande macchina da guerra americana è
guidata da somari invasati, che hanno attaccato senza rendersi
conto dei rischi che facevano correre ai kosovari e a tutta
l’Europa. Abbiamo delegato metà politica all’economia e l’altra
metà alla guerra. Ci siamo inchinati alle peggiori parole della
destra. Siamo scivolati giorno per giorno in una guerra in cui
non solo non sappiamo cosa succederà, ma neanche cosa succede
ogni giorno. Comunque vada a finire, un mondo guidato dallo
strapotere americano sarà un mondo dove una guerra seguirà
all’altra”. Viene subito ricoverato in una clinica psichiatrica
dove le sue condizioni vengono considerate “gravi ma non
veltroniane”.

Centocinquantesimo giorno di guerra

I serbi occupano parte dell’America. Milosevic nega
che ci siano stati sconfinamenti, tutt’al più una gita. Viene
creata l’unione delle Repubbliche Socialiste di Nebraskja e
Alabamskaja. Milosevic diventa una star della televisione. Verrà
fatto un film sulla sua vita. Gli americani decidono che è
inutile ritrasferire gli aerei e le navi in patria e dichiarano
l’Europa base Nato. Si continua a bombardare il Kosovo. Vengono
pubblicate le prime stime: mezzo milione di morti sui due fronti.
Per la nuova sede del Pentagono, situata ad Arcore, è un danno
collaterale necessario al nuovo equilibrio mondiale. Da Arcore
gli Usa lanciano un severo monito alla Cina e al Tibet. Bruno
Vespa prende la cittadinanza americana e ribattezza la sua
trasmissione Door to Door. Il titolo della prima puntata è
“Morire per il Dalai Lama?”. Prodi torna imperiosamente in scena
e dichiara che secondo lui la porta della diplomazia è ancora
aperta, ma il sergente americano gli dice di non sparare cazzate
e di tenere la testa bassa. Il generale Wesley Clark dice che non
ha paura della quarta guerra mondiale e si scusa per il
bombardamento di Macomer. “Ci sembrava un nome serbo”, spiega. La
Nato prende provvedimenti contro i frequenti errori nei
bombardamenti. Su tutti gli aerei viene dipinta la scritta
“Pardon”. E’ bello sapere che non siamo in mano a gente cattiva.

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