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Stefano Benni presenta... Margherita Dolcevita

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Dentro un raggio di sole che entra dalla finestra, talvolta vediamo la vita nell’aria.
E la chiamiamo polvere


Il mondo si divide in:
quelli che mangiano la cioccolata senza pane
quelli che non riescono a mangiare la cioccolata se non mangiano anche il pane
quelli che non hanno la cioccolata
quelli che non hanno il pane
(Dai detti celebri di nonno Socrate)



Capitolo uno
la sparizione delle stelle


Sono andata a letto e le stelle non c’erano più. Ho pulito per bene il vetro della finestra, ma niente da fare. Erano sparite. Era sparita Sirio e Venere e Carmilla e Altazor. E anche Mab e Marylin e Zelda e Aldemartin e la costellazione del Tacchino e la croce di Lennon.
Non ditemi che alcune di queste stelle non esistono. Sono i nomi che gli ho dato io. Infatti rivendico il diritto di ognuno, specialmente delle fanciulle fantasiose come me, a chiamare le cose non soltanto con il nome del vocabolario, ma anche quello del vocabolaltro, cioè con un nome inventato e scelto. In fondo tutti lo fanno. Infatti i miei genitori mi hanno chiamato Margherita ma io amo essere chiamata Maga o Maghetta. I miei compagni di scuola, ironizzando sul fatto che non sono proprio snella, a volte mi chiamano Megarita, mio nonno che è un po’ arteriosclerotico mi chiama Margheritina ma a volte anche Mariella, Marisella oppure Venusta che era sua sorella. Ma soprattutto quando sono allegra mi chiama Margherita Dolcevita.
Il vigile davanti al quale sfrecciavo in bicicletta mi chiamava Vaipianomargh. Le maestre mi chiamano Silenziolaggiù. Il mio primo amore, praticamente anche l’ultimo, mi chiamava Marmottina. A quei tempi portavamo tutti e due l’apparecchio per i denti e ci davamo dei baci metallici che sembravano i duelli dell’Iliade. Eppure li rimpiango. Anche a quattordici anni e nove mesi si può rimpiangere. E’ presto, dite? E se muori a quindici?
Stavo parlando delle stelle. La cosa strana è che il cielo era limpido, poco fa, quando ho accompagnato fuori Pisolo, il mio cane, nella sua tourneè di sessanta minipisce.
Quindi non potevano essere le nuvole a nasconderle. Infatti ho aperto la finestra e ho visto che proprio dove un’ora prima c’erano il prato e gli alberi, avevano piantato un cartellone enorme, tipo schermo di cinema, quaran-cinquanta metri, e sopra c’era scritto

Lavori in corso.

Era quello schermo immenso a coprire le stelle. Cosa sta succedendo, mi sono chiesta?
Ho allungato il capino fuori come una tartaruga a primavera, e ho visto vari tipi di camion. Scaricavano lastroni di vetro, tubi e blocchi di cemento e anche lavandini e piastrelle. Allora ho capito.
Da tempo sapevamo che qualcuno aveva comperato il pezzo di terreno vicino al nostro per costruirci una casa.
Ero eccitatissima, avrei voluto svegliare mamma o il nonno o i miei fratelli, ma era tardi e così ho fischiato per chiamare Pisolo e lui è venuto.
Pisolo è il mio cancatalogo, perché più che un incrocio è veramente un catalogo di tutte le razze canine e animali e forse vegetali apparse sulla terra, mi fanno ridere gli esperimenti sul diennea e le clonazioni, Pisolo è più complicato, è uno dei più misteriosi arcimboldi della natura. Potrei descriverlo così:

Corpo cilindrico da porcello.
Zampe davanti da ornitorinco.
Zampe dietro da rospo cavallerizzo.
Orecchio destro dritto da volpe del deserto.
Orecchio sinistro pendulo da cocker.
Muso da pterodattilo occhi da camaleonte naso da bufalo baffi da birraio e denti da piranha.
Culo da papera.
Coda ritorta da scimmia.
Pelo di cinfalepro pezzato e maculato. Non saprei descrivere il colore. Diciamo color straccio di benzinaio.
Il tutto con qualche cromosoma di pipistrello, di caimano e di oloturia.

E questo non esaurisce la bellezza di Pisolo.

Mio nonno dice che ogni bellezza è complicata, e che Pisolo è come una casa, o come il mondo intero. In ogni casa c’è il salotto buono, il bagno sfavillante e i mobili antichi, ma anche il ripostiglio polveroso, le tubature viscide e i tarli che rodono, la stanza dei giochi e la cantina oscura che spaventa e attrae noi bambini. In ogni casa che crediamo di conoscere bene c’è sempre qualcosa di dimenticato, di nascosto, un’orma di un altro pianeta. Intimità e avventura. E così nel giardino scopriamo una misteriosa scritta su un albero, o un fiore mai visto, nella strada che facciamo tutti i giorni c’è un vicolo buio, nella città scorre un fiume sotterraneo, e nel nostro paese vive una banda nascosta di assassini.