Stefano Benni presenta... L’ululato - n.16

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Quando il lupo, più di dieci anni fa, pubblicò “Caccia al fagiano” qualche critico togato scrisse: «Il solito prevedibile disfattismo politico di Benni. Quando mai gli italiani daranno la caccia agli immigrati? Siamo un paese civile.»
Beh, rileggiamolo.

Caccia al fagiano

La grande bara nera è in viaggio verso la piccola operosa annoiata città del Nord. Ha attraversato un’autostrada contornata da mostri, grandi astrofabbriche roventi, ossari di macchine morte, getti di vapore denso che sale al cielo in ovatte nucleari.
Ha percorso la tangenziale tra Pornomotel, Polimarket, Bigdiscount, Paradisi del mobile e Versailles del lampadario, macropizzerie e discoteche da dodicimila anime. Ora, passando sotto un arco antico intralicciato e impacchettato, imbocca una stradina di elegante pavé, dove il traffico è consentito solo ai residenti, ma la grande bara appartiene appunto a un residente, è un fuoristrada alto e molleggiato come un carro funebre, nerolucido, argentocromo e fiamme rosse sulla fiancata. Dietro i vetri cilestrini, galleggiano due creature: una Sfinge bionda con occhiali neri, il volto di madonna reclino su un cellulare, e un Colonnello con giaccone di cuoio, sguardo da pole-position, capelli lucenti di gel, come appena uscito dalla piscina.
La superbara, ronzando col motore tremila al minimo, entra in una piazzetta bianca, adorna di colonnine finto qualchecento. Sfila davanti al teatro della città, un gioiellino color mascarpone, settanta serate all’anno di cui la metà dedicate a telecomici e pirandelli. Più avanti c’è la pasticceria famosa per i Cazzi del Vescovo (dolce locale di antica tradizione), che ha ai lati una raffinata boutique e un nazional-pulloverario appartenenti allo stesso proprietario ma con diversi target. Davanti a loro si profila la meta, il pianobar, ritrovo notturno prediletto degli abbienti locali. Si chiama Exploit, l’insegna è un corsivo di neon incorniciato di rose, un portone blindato segnala la preziosità della clientela. Nella piazzetta sono posteggiate altre due superbare, una Gialla, dorata, da funerale di Cleopatra, con adesivi di carburatori, l’altra Verde smeraldo con tracce di fango e poltiglia vegetale che testimoniano la sua attitudine a percorsi guerreschi. Ci sono poi varie supermoto, inclinate sui cavalletti, insettoni con batterie di occhi bianchi e gialli, ruote obese, antenne cromate. E c’è, proprio in mezzo, una bicicletta rosa, mascotte tra i mostri, con due borsine in tinta da cui sbucano in bella vista i quotidiani preferiti dai frequentatori del pianobar, e cioè un foglio locale di fede vandeana e un grande quotidiano regimista, appartenenti allo stesso proprietario ma con diverso target.
La Sfinge scende, scuotendo la chioma bionda: è alta, magra, guainata in una gibaud di cuoio che valorizza le lunghe gambe in collant indaco-cianotico. Ai polsi fibrillano ori in quantità, al collo pende una bulla contenente diazepine.
Il Colonnello ha una mazzetta di braccialettini al polso e un lizardo aureo sul giaccone. Cammina scricchiolando, per via dei pantaloni di cuoio molto aderenti e rigonfi sull’inguine per suggerire esubero di contenuto, sia esso mutanda a sospensorio, vero cazzo umano o succedaneo truffaldino quale calzino arrotolato.
Il Colonnello si passa la mano tra i capelli, ritirandola unta di gel, si gratta il mento, mescola gel e dopobarba in giusta dose e pulisce il tutto all’interno di una tasca foderata alla bisogna. Afferra un avambraccio della Sfinge, acciocché entrando nel pianobar sia chiaro che è roba sua. La Sfinge lo trascina procedendo altera con abile derapata dei tacchi sull’acciottolato. Suonano un campanello bitonale e il portone magico si apre, occupato per intero da un Carnera borchiato e deferente.
Musica, voci, odor di alcol, sughi e profumi. Il loro tavolo è in fondo, oltre il bancone curvilineo d’alabastro e la pedana di Vittorio uomorchestra. Li salutano le bariste in gilè e tette lampadate, li salutano il barman Nando e il gestore Michel e poi Vittorio che mixa le sue tastiere cibernetiche nel successo del momento.
Sorvolano, senza togliersi gli occhiali neri, tavoli con coppie e quartetti. Ai loro saluti gaiamente rispondono altre sfingi e altri colonnelli abbandonati sui divanetti. E’ un mondo dolce e spietato, rolex e gel, mousse e chela, il duro dell’oro e il molle delle spezie, il seducente contrasto che Antonio incontrò alla corte egizia.
Eccoli al loro tavolo, ove sono attesi da altre due coppie. La prima comprende un lui enorme con un ettaro di jeans, una cintura borchiata con intero rodeo scolpito, e una giacca color salmone, lo stesso colore del volto paonazzo, venoso, strapazzato dai gintonici, ornato da una chevelure formata sul davanti da rari peletti in vacuità caseiforme, sul retro da una coda di cavallo biondo-perossidata.
L’altro corno della coppia è una lei, nera come un tizzone spento, stretta in un body aerobico da cui deborda spavaldo un seno siliconato.
Chiameremo lui (il coda-di-cavallo) il Bufalo, e lei (le tette) la Sintetica.
Poi c’è l’altra coppia, lui coi capelli sale e pepe un po’ selvaggetti, camicia blu aperta sul pelame canescente, stivaletti a punta, sorriso annoiato di chi lì dentro e là fuori le ha scopate tutte. Lei, al suo fianco, è funebre, mora, coi capelli fino alla vita, un miliardo di anelli alla destra e una pochette di alligatore da cui estrae ogni tanto un rossettino viola per ricaricare le labbra. Scoscia fiera, mostrando le trine dell’autoreggente, il marito la guarda lievemente censorio, lei scoscia ancora di più e sorride a Vittorio uomorchestra come a dire: ebbene sì, a te certo non la do ma a chi ne è degno sì. Li chiameremo lui il Maliardo, lei la Chiacchierata.
Ecco il Colonnello e la Sfinge. Lui si toglie gli occhiali neri e tasta cameratescamente le palle al Bufalo, il Bufalo gli risponde con alcuni gai fanculi. Lei invece si siede davanti alla Chiacchierata, ne considera con invidia le gambe, poi punta il Maliardo e si toglie di colpo gli occhiali. Ha due occhi azzurri da cane polare, truccati pesante, e neanche una ruga, tutto rimesso a nuovo, cosa credi, cara la mia troia scosciata, non sei la sola a predare nell’universo.
Vittorio uomorchestra cuce basi, incolla ritmi e computerizza un mélange melodioso su cui inserisce una vocetta angelica.
— Che sia frocio ? — rileva il Maliardo.
— Certo che è frocio — dice Bufalo, stritolando le patatine — tutti quelli che cantano nei pianobar sono froci, e anche i parrucchieri, i ballerini, i cavallerizzi, gli steward, i pacifisti...
Vittorio canta:
“Forse vuoi un uomo vero
e io son solo un sognatore...”
— Vedi? — ridacchia il Bufalo. E’ passata l’una, le tre coppie si sono già introdotte vari gintonici e ora crocidano e sparlicchiano, si chiedono perché quella sta ancora con quello e perché quello ancora non s’è sparato. Il Maliardo sbuffa, cerca con lo sguardo inox qualche giovinetta da puntare, ma il massimo del panorama è una cicciottella con un fidanzato capello corto e giacca viola, genere commercialista-skinhead che magari si incazza. La Chiacchierata ammazza di scosci un veterinario sua antica fiamma, che la divora da lontano. Bufalo parla dei comunisti e di come ce n’è ancora tanti, anche se lì dentro hanno bonificato. La Sintetica beve come un vaso di fiori e ripete, però che sera smorta, salutando con la manina Vittorio uomorchestra che in cambio non le dedica un cazzo. Ora il Colonnello e la Sfinge litigano per motivi di chèques, lui si incazza e va a parlare con un suo sosia seduto tre tavoli più in là, pietrificato con un agnolotto appeso alla forchetta.
Vittorio uomorchestra fa pausa. Salgono alti i chiacchiericci, il tintinnare di ori e boccali, le risate spavalde e uno stereo di giovanaglia che bombarda bassi dalla vicina piazza.
— Oh basta, sapete che vi dico? — erompe improvviso il Maliardo — stasera non voglio annoiarmi: propongo un’altra caccia al fagiano.
— Oh no, ti prego — dice la Sintetica — avevamo detto non più di una volta al mese.
— Hai paura eh, vecchia? — ride il Bufalo, strizzandole una tetta nella mano.
— No, ma è rischioso — dice la Sintetica.
— Macché rischioso — protesta il Maliardo, già in calore — ormai siamo degli esperti. Ehi, Antonio!
Il Colonnello Antonio, dal tavolo degli agnolotti ruota il capo come un gufo. Il Maliardo gli mima curve a tutta birra. Il Colonnello si avvicina con l’occhio lustro.
— Stasera?
— Stasera. Però stavolta ci giochiamo dei soldi — dice il Maliardo — un milione per equipaggio e chi vince se li cucca tutti e tre.
— Cosa c’entrano i soldi? — dice la Chiacchierata — si fa per divertimento o cosa?
— E io invece voglio giocare a soldi — dice il Maliardo, togliendole il bicchiere di mano e vuotandolo, già mezzo sbronzo.
— Ci sto — dice il Bufalo — solito sistema?
— Solito — dice la Sfinge, e tira fuori dalla borsetta un piccolo dado. — Chi fa il punto più alto sceglie il terreno di caccia. — Tira il dado e fa due. Il Maliardo fa quattro.
— Troppo facile — ride il Bufalo. Tira, fa uno, e ci aggiunge un porcodio a chiosa.
— Tocca a noi scegliere per primi — dice il Maliardo — prendiamo la stazione.
— Allora noi andiamo alla tangenziale — dice il Colonnello.
— E noi alle case-dormitorio — dice il Bufalo — anche se nessuno ha mai vinto lì, non si becca niente...
— Stavolta magari va meglio — dice la Sintetica benaugurante.

Le tre superbare sono partite contemporaneamente.
La prima ad arrivare alla meta è quella del Colonnello. La tangenziale è semibuia e non si vede anima viva. Solo alcuni autotreni austroungarici assopiti nell’area di parcheggio.
— Niente — dice la Sfinge — forse dobbiamo andare più vicino ai camion.
— Brava, così ci vedono. Dai retta a me. L’ultima volta abbiamo vinto, no?
— Certo, ma sono stata io ad attirare il fagiano, ricordi?
Lui le infila una mano tra le cosce, con un sorrisetto da pornoattore. Tira fuori dal cruscotto un binocolo. Guarda la strada, dove c’è una fila di cartelloni pubblicitari.
— Macché, niente selvaggina — dice. Si accende una sigaretta, si rilassa sul sedile, la superbara a fari spenti è quasi invisibile.

Dall’altro lato della città, dentro la superbara dorata, il Bufalo scuote la coda sconsolato. La viuzza squallida, piena di cassonetti sventrati, è desolatamente vuota.
— Qua non vinceremo mai.
— È questione di fortuna — dice la Sintetica — magari sono tutti a dormire, ma se ne troviamo uno, non ci scappa.
— Vai a mettere l’esca — ordina il Bufalo.
Lei tira fuori dalla borsetta un biglietto da centomila e sta per aprire la portiera.
— Ma che cazzo fai? — dice lui — e chi lo vede un centone con questo buio? Mettici una collana.
— Eh no, ne ho già persa una l’altra volta. Ci metto i soldi. Oppure non ci metto niente che è meglio, l’altra volta non ho dormito due notti.
— I soliti discorsi del cazzo — dice il Bufalo con una smorfia.
— Ma hai pensato... che ne so, ai figli?
— Certo. I nostri sono in montagna no? Allora chi se ne frega?
— Sei una bestia — dice lei, ed esce ballonzolando incerta sui tacchi.

Intanto la Chiacchierata sta proprio in mezzo alla strada, alta e nera, si sfila un braccialetto e lo posa sull’asfalto. Dietro a lei, la stazione è appena illuminata, l’ultimo treno parte tra pochi minuti. Il Maliardo le fa segno di spostare il braccialetto sotto la luce del fanale, là dove brillerà. Perfetto, bella, adesso non ci resta che aspettare. La Chiacchierata rientra nell’auto ansimante, si rifà il trucco.
— Niente telefonate dagli altri? — chiede.
— No.
— Allora vinciamo noi. Tra un po’ arriva di sicuro qualche fagiano. E’ l’ultimo treno. Nasconditi bene, qua ci possono notare.
— Non ci vedono — dice sicuro il Maliardo — sono coperto dal cartellone pubblicitario. Ho controllato. Non faccio mai niente a caso.
Squilla il cellulare.
— Cristo, c’hanno fregato — ringhia il Maliardo — pronto?
— Come va? — chiede annoiato il Bufalo — qua neanche l’ombra di un fagiano.
— Non devi telefonare! — dice iroso il Maliardo — conosci le regole. Si telefona solo quando si colpisce. Il cellulare fa rumore e li allarma. E poi sto guardando la strada, sono concentrato.
— Sei quello che ci gode più di tutti eh, Antoniuccio? — trilla in secondo piano la voce della Sintetica.
— Eccone uno — sussurra la Chiacchierata — spegni quel telefono.
— Santo Dio che fagiano — dice lui eccitato — quasi due metri. Ed è anche bello colorato. Guarda che livrea gialla.
— Vinciamo — dice lei — stavolta vinciamo.
— Porca miseria, ce n’è un altro vicino.
— Non lo vedo...
— C’è, c’è, è dietro la panchina. Ha una valigia, sta parlando col primo.
— Che facciamo se sono due? Proviamo ugualmente?
— Sicuro — e il Maliardo stringe forte il volante — smonto la targa e vado lo stesso. Vogliamo vincere o no?
— Aspetta! Se ne va, guarda, l’altro se ne va verso la stazione e il fagiano resta solo sulla panchina.
La Chiacchierata si morde le labbra. Lui sta con la mano pronta sulla chiave dell’accensione.
— L’ha visto — dice lei — ha visto il braccialetto...
— Eccome! Si sta guardando intorno per vedere se è solo. Dài, di cosa hai paura, muoviti testa di cazzo, è un vero braccialetto d’oro dài, vai a prenderlo in mezzo alla strada, becca il mangime, dài...
— Si è avvicinato. Sta per prenderlo — dice piano la Chiacchierata. Il Maliardo mette in moto al minimo. A fari spenti sbuca dietro il cartellone. Il motore della superbara romba piano, come un respiro di leone, la preda è là in mezzo alla strada, china, incredula, esamina il braccialetto, sembra proprio d’oro. All’improvviso sente il rumore dell’accelerata, gli esplodono in faccia quattro fari abbaglianti, resta immobile un momento, fanno tutti così, all’inizio non ci credono. Vede la superbara piombargli addosso, cerca di evitarla. E’ rapido, ma non basta, viene centrato in pieno a due metri dal marciapiede, vola in aria col suo bel vestito colorato, le collanine, le musicassette, gli accendini, tutto si sparge intorno, continua a rotolare e rimbalzare mentre la superbara è già lontana, verso le luci del centro.
— Preso! — grida trionfante il Maliardo nel cellulare. — Se qualcuno vuole controllare, il fagiano per un po’ non si muove di lì!

Sono le tre di notte. Il capitano Feletti della Stradale sbadiglia appoggiato alla Pantera, mentre i suoi ragazzi fanno i disegnini col gesso. Tra le mani ha il documento del fagiano, un passaporto sgualcito. Sul cofano della Volante sono sparpagliati accendini, collane, fazzoletti colorati e un braccialetto d’oro, sicuramente rubato. Il capitano prende un accendino, lo prova, si accende una sigaretta. Parla con la Centrale.
— Si chiamava Yoissoun N’Daye, trent’anni, senegalese... mi controllate se ha il permesso di soggiorno?
— Un altro di quelli? — risponde una voce. — Ma è il terzo in pochi mesi.
— E io cosa ci posso fare? — sbadiglia il capitano.
— Ma insomma è strano... tutti e tre investiti in mezzo alla strada. Prima quella puttana somala sulla tangenziale. Poi il mese scorso, quasi nello stesso punto di stasera, il tunisino.
— Ubriachi — dice il capitano — vengono in città a bere, si ubriacano come bestie e poi si fanno mettere sotto.
— E gli investitori non si fermano mai?
— Tu ti fermeresti? — chiede il capitano.
La radio gracchia. Un telo bianco copre il lungo corpo del fagiano, il caffetano giallo insanguinato. Una mano esce dal telo, magra e scura, l’agente la ricaccia sotto con una pedata. Il capitano vede arrivare un fuoristrada giallo oro con dentro l’architetto Bassani, detto Bufalo, con signora Bufalessa. Si fermano, incuriositi.
— Un incidente? — chiede lui — grave?
— Un extracomunitario. Investito in mezzo alla strada, a tutta velocità. Secco sul colpo.
— E chi è stato?
— E che ne so — dice il capitano — mica si è fermato. Lei si fermerebbe?
— Mamma mia — commenta la Sintetica — com’era alto.
— Non deve essere stato difficile da centrare — dice il Bufalo.
Il capitano lo guarda un attimo perplesso, poi ridacchia anche lui. Gira attorno all’auto gialla con l’aria da intenditore.
— Gran macchine questi fuoristrada. Tremila di cilindrata, vero?
— Sì. L’ha mai provata?
— Mai — dice il capitano. — Mi piacciono, ma sono troppo pericolose. Con quella ripresa, sono come elefanti che caricano. E così silenziose! Neanche si sentono arrivare.
— Eh già — dice roca la Sintetica. Il cuore le batte forte. Ha visto che il capitano ha in mano il braccialetto della Chiacchierata. Neanche si sono ricordati di riprenderlo, quei coglioni.
Il capitano glielo mette sotto il naso.
— Cosa ne dice, è vero secondo lei?
— Mah — balbetta la Sintetica — non saprei... fanno delle imitazioni così perfette che...
— Secondo me è vero — dice il capitano, guardandola fissa negli occhi. — Chissà dove l’ha rubato. Beh, il reato è estinto, amen.
Gira attorno al fuoristrada, passa la mano sulla carrozzeria dorata, su un parafango appena rifatto.
— Ma ditemi — sospira — cosa ci fate tutta notte in giro con queste macchinone?
— Vede — dice il Bufalo — ci si annoia tanto qua. Cerchiamo di divertirci un po’.
— Vi capisco — dice il capitano pensieroso. — Anch’io mi annoio tanto. Una di queste sere, sapete cosa faccio?
I due lo guardano incerti.
— Vengo a fare un giro con voi — sorride il capitano.
La sirena blu dell’ambulanza ruotando colora i loro volti di una luce fredda. Lontano, qualcuno si è messo a gridare.

( 12 gennaio 2010 — Numero 16 — Da “L’ultima lacrima”, ed. Feltrinelli 1994 )