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Voi potete anche criticarlo, dice Mike Bongiorno, ma il mio
telequiz è la vera trasmissione popolare italiana. Ha ragione:
smettiamo di prendercela con questo genere così socialmente coraggioso e rivalutiamolo,
mettendone in luce gli elementi autenticamente popolari.
I concorrenti. Essendo il gioco estremamente popolare il
99% dei concorrenti è costituito da operai. Solo il restante
uno per cento è costituito da studenti, professionisti, parapsicologi, tabaccai, insegnanti, bancari e casalinghe benestanti. Gli studenti sono scelti tra i più politicamente combattivi, ma purtroppo giunti davanti alle telecamere vengono
attanagliati dall’emozione, diventano improvvisamente centristi e si innamorano di Sabina. Le casalinghe sono ammesse
solo se si dichiarano buone cuoche e in possesso di una ricetta per conservare i funghi e il marito. Gli insegnanti sono
tutti adorati dagli alunni. Quando Mike chiede «al suo paese, adesso, tutta la sua classe sarà davanti al televisore a fare
il tifo per lei» mai che ce ne sia uno che risponde «i miei
alunni non mi possono vedere» oppure «stasera i miei alunni sono tutti in cantina a farsi uno spinello».
Macché. Tutti
davanti al televisore a vedere il maestro. Questo, oltre che
popolare, è bello.
I doni. Un momento estremamente popolare del telequiz è
quello dell’offerta dei doni. I concorrenti si sentono in dovere di portare al signor Mike
un prodotto della loro città. È
un diritto divino alla primizia, come quello del presidente
della Repubblica per i tartufi superiori al chilo. «La mia
città» (e il concorrente si inchina) «mi ha incaricato di regalarle, signor Mike» (inchino), e giù cotechini, maioliche,
formaggi giganti e panforti. In zone d’Italia dove l’indice di
gradimento è più alto, c’è già un vero e proprio culto pagano.
C’è la chiesa con la statua di Buana Mike, il Divino Cretino
Italoamericano, che nella mano destra stringe un pulsante
e con la sinistra mette in guardia dai rischi. La gente in processione porta maialini e verdure. I bambini pregano «Signor Mike, fa’ che mi ricordi la data della battaglia di Custoza». Avvengono miracoli. Un pensionato costretto su una
sedia a rotelle da vent’anni, ha snocciolato uno dopo l’altro
gli affluenti del Po che non ricordava più dalle elementari.
Le domande. Le domande popolari riguardano argomenti
estremamente legati al momento sociale e alle inquietudini
contemporanee. Esempio di tabellone: l’Australia, il Seicento,
il Far-West, gli strumenti a fiato, le piramidi, i crostacei, i Macchiaioli,
i grandi navigatori. Tutti sanno come
possedere una cultura popolare di questo tipo sia essenziale
nella vita di tutti i giorni. È di ieri la notizia di un caporeparto
dell’Alfa che ha licenziato un tornitore con le parole:
«Capirà, Breviglieri, è già la terza volta che lei non mi riconosce un paguro!».
La valletta. La valletta popolare è un’oasi di pace nella
bufera del femminismo dilagante. Essa fa solo quello che le
viene chiesto. Porge la busta al signor Mike, accompagna,
cortese infermiera, i concorrenti in cabina, gioisce e soffre
con loro senza parlare e senza interferire. Mike e il notaio
sono uomini e ne sanno più di lei. Per questo vorremmo
vedere in futuro, insieme alle vallette giovani, quelle care
vecchiette sdentate e ingobbite da cinquant’anni di lavoro,
simbolo di virtù familiari ormai dimenticate,
che insieme alla busta porgano al signor Mike un piatto di ragù casereccio
o una sciarpa fatta a mano.
Il signor Mike. Che dire di lui? Solo che fa del bene.
Egli non ci fa pensare ai grandi scandali, ma ai grandi fiumi, non a Gava, ma a Arsenio Lupin, non all’aborto, ma al
Music-Hall. Egli sostituisce nel tabellone della nostra vita
le materie brutte con quelle belle e allegre. Per questo speriamo che resti tanti e tanti anni ancora.
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