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Abbiamo chiesto a quattro giornalisti di scrivere un loro
parere sull’area dell’autonomia, e sulla nuova realtà giovanile.
Ecco i loro interventi, che pubblichiamo ringraziando.
Alberto Ronchey
Nel 1975, in Svezia, ci sono stati 56.574 incidenti stradali.
Di essi, ben il 58 per cento è stato causato da donne. Nel
contempo il reddito nazionale lordo è aumentato da 5600
corone pro-capite a 7543, senza contare i self-appointment
cheques, i welfare bonus e le vincite a tombola. Sono cifre
drammatiche, che gettano una luce particolare sui fatti di
questi giorni all’università di Roma. È ovvio che tutto il
mondo occidentale, inteso come ipotetico Commonwealth
etnico-razziale che raggruppa una middle-upper-class a reddito elevato,
è in crisi rispetto a un Terzo Mondo in cui il
consumo di banane è sceso dalle 89.000 tonnellate dell’ottobre 1976 alle sole 76.000 attuali.
La misura di questo gap si avverte confrontando, ad esempio,
l’architettura di una scuola tedesca rispetto a una capanna delle Barbados.
Tutto ciò è stato particolarmente avvertito al Tufello, il cui home-landing disagevole non favorisce
l’occupazione, vuoi per la conformazione geologica di Cuba,
vuoi perché in Italia l’indice di lavoro Callaghan è salito da
5,8 per unità operativa del 1976, all’attuale 5,9
che è ridicolo confrontato a quello del Giappone preindustriale.
Queste le cifre. Di fronte ad esse, perché gli studenti non fanno
un esame di coscienza?
Enzo Biagi
Un giorno Crispi disse a Giolitti: se l’Italia fosse una barca,
l’improvvisazione sarebbe la sua vela. A Giolitti la frase
piacque tanto che la sera stessa ne parlò a cena con Churchill.
Churchill rispose: in questo caso, vincereste tutte le
regate, in Europa; Giolitti, dal ridere, si strozzò con una cucchiaiata di brodo.
Quando Spadolini lo seppe, disse: «Giolitti è la persona più golosa che conosca».
Anche Longanesi
ero goloso. Una volta, al caffè Greco, si mise quattro krappen in una manica e cercò di svignarsela.
Guttuso, che era
presente, lo fermò e disse: «cosa c’entra tutto questo con
l’autonomia?».
Quanta tristezza, quanti capelli, quanti slogan senza senso! Una volta D’Azeglio disse al figlio, che gli chiedeva i
soldi per il cinema: «ragazzo mio, perché vieni sempre da
me quando hai bisogno di quattrini? Devi diventare autonomo!». Se fosse vivo adesso, lo ridirebbe?
Giorgio Bocca
La controcultura non esiste. Io la facevo già nel 1955, e so
che non serve a niente. È inutile urlare slogan. Non serve
chiudersi gli occhi. Le manifestazioni fanno rumore,
gli striscioni sono difficili da arrotolare, il linguaggio è stantio.
L’ideologia è menzogna, la rivoluzione un’utopia e Marx era
uno pseudonimo. La sinistra italiana è sbagliata. Continua
ad andare a sinistra, senza accorgersi che cosi facendo si
allontana da se stessa. Il socialismo non esiste.
Esiste la coscienza individuale del giornalista socialista. Ma anche di
questo non sono sicuro. Arrabbiarsi per il Cile è inutile. Il
personale non è mai politico, a meno che non si tratti del
personale delle Ferrovie. Lenin è sorpassato.
Marcuse è troppo lento, gli operai sono testoni, gli studenti dicono sempre
cazzo e la borghesia latita. Il mio gelato da cento diventa
sempre più piccolo, le caldarroste costano un’esagerazione
e ho una macchia di umidità sul muro. Ragazzi, è ora di
finirla con le parole ,e di rimboccarsi le maniche.
Il conformismo di sinistra è una trappola mortale. Il sessantotto è
sepolto, il Vietnam lontano e sono sicuro di covare l’influenza.
Il grande letterato
Li ho visti. Più di seimila. Sui loro volti, tracciati con vernice
bianca, i segni di una clownerie, più forzosa che ironica,
come make-up necessario a uno spettacolo di cui non interessa l’esito.
Slogan lanciati come stelle filanti di un carnevale
autunnale in riva a un mare livido, gonfio di vascelli a vele
spiegate verso una impossibile rivoluzione. L’allegria entra
violenta a liberare un attimo il quotidiano, come Vicks Vaporub in un naso chiuso.
Lo stare insieme, Mottagrill di illusione sull’ Autostrada della solitudine,
un caffè di solidarietà
con due brioche di anarchia. Ma nel viaggio verso il casello
dell’utopia li sorprenderà la pantera dei carabinieri della
realtà industriale, e il brigadiere della consapevolezza metterà loro le manette della disperazione.
Pure è bello, tra questi muri gonfi di scoppi cromatici che un Pollock impazzito
ha graffito in un impeto di disoccupazione, tra queste voci
giovanili già così adulte, e pur garrule, come di passerotti
inquinati dal catrame ideologico che pur tuttavia scuotendo
le alette appiccicose...
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