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Piccolo Bullone, indiano metropolitano, sta nella sua tenda,
fumando una pipa con hascisc, marijuana e peperonata. Ha
il volto dipinto dei colori di guerra, giallo e rosso con numero sette e figurina di Rocca sulla fronte. Sta cercando di
capire se quello che viene dalla collina è un segnale di fumo
del fratello, o lo scarico di Porto Marghera. Riconosce la
scrittura del fratello. Dice: «Tutto bene, manifestazione
tranquilla, servizio d’ordine impeccabile, poliziotti cordiali,
braccio rotto, est robetta. Bacioni da tua madre, Piccola Pressa e da tuo fratello, Alce Saldatore».
Piccolo Bullone sospira, mandando al cielo una nuvoletta
bestiale che viene annusata da un branco d’anatre, che subito si danno allo sballo componendo la bomba acrobatica
della pattuglia tricolore. La squaw Piccola Manovella è in
cucina che prepara gli slogan per il marito. «Mi raccomando, fammene tanti» dice lui.
«Oggi potrei incontrare Cossiga.»
Un brivido lo percorre nel pronunciare il temuto nome.
Cossiga, il demonio della prateria. L’uomo che cavalca
come John Wayne, beve come un Prinz, segue le piste come
pare a lui, fa a pugni come Monzon, scia come Thoeni, bacia
come Bronson e spara come un orefice. Tutti gli indiani,
quando sentono il suo nome, invocano Manitù e la Convenzione di Ginevra.
Piccolo Bullone prende il fedele Sette Barrato,
il tram che lo ha sempre accompagnato nelle sue scorribande nella prateria.
«Vecchio mio,» gli dice «ne abbiamo fatta di strada insieme» e lo carezza sul muso.
Il conducente lo diffida. Ed
eccoli cavalcare insieme. Il paesaggio di tutti i giorni: camions, canyons, supermarket, cactus,
il solito coyote attraversa la strada senza guardare. Piccolo Bullone scende da
Sette Barrato: il suo sguardo è attento. È a caccia di un lavoro.
Sa che prima o poi passerà di lì. Si sdraia per terra e
poggia l’orecchio al suolo. Rumore di passi, sempre più vicino.
Un gatto selvatico, forse, a un chilometro dal canyon
del bufalo. Si fa più attento. Peccato. Non era un gatto selvatico a un chilometro nel canyon del bufalo,
era un camion
di profilati a duecento metri da piazzale Cordusio. Piccolo
Bullone viene investito, trascinato, strapazzato e lasciato esanime sull’asfalto.
I colori di guerra si sono un po’ sciupati.
«Che Manitù ti ingolfi le candele!» urla Piccolo Bullone,
infuriato. Alza gli occhi e, orrore, si trova di fronte nientemeno che Cossiga,
con la sua terribile banda chiodata. C’è
il brigadiere Cipolla, trombone chiodato, con quattro sassofoni chiodati,
l’appuntato Di Giuseppe con il clarino pieno
di pallini da caccia, trombe chiodate, oboes, fagotti chiodati,
tamburi da rallye e una gran cassa con le gomme da neve.
La banda chiodata suona prima tre squilli, poi l’Inno di
Mameli, poi Piccolo Bullone.
«Molte lune sono passate dal sessantotto» dice Piccolo
Bullone mentre lo suonano «ma l’ordine pubblico è sempre
quello.»
«Fuma la pipa e sta’ zitto! potessi fare io il disoccupato
come te» dice Cossiga, e si mette a cantare una triste canzone western che carabinieri e cowboys cantano nei bivacchi
notturni attorno al fuoco quando proprio non sanno più che
cosa fare. Piccolo Bullone lo accompagna col banjo e il brigadiere lo accompagna in questura.
Là, dove la parola legge è solo la terza persona del verbo
leggere.
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