|
|
|
Era una bella sera di dicembre. Il fuoco ardeva nel caminetto nel reparto fusione della Fiat Mirafiori. Gli operai stavano attorno alla fiamma, e sul loro viso il calore disegnava
un riverbero sanguigno. Al centro tra loro, brizzolato e impeccabile, sedeva nonno Gianni. Carezzava con la mano
destra un pastore tedesco e con la sinistra Gianluigi Gabetti.
Ogni tanto urlava «Cuccia!» e Gabetti e il pastore si appiattivano a terra terrorizzati, al che nonno Gianni, benevolo, diceva: «Ma no, ma no, chiamavo Enrico Cuccia della
Mediobanca». E il caporeparto, uomo rozzo e aduso alla
fatica, disse: «Nonno Gianni, qua per noi operai va sempre peggio. Raccontaci una delle tue favole».
Nonno Gianni accese la pipa e con voce calma e profonda
iniziò:
«C’era una volta, al di là dei mari, una lega di paesi molto ricchi che si chiamavano il paese dei califfi. In esso c’erano
miniere di un liquido molto pregiato, che faceva muovere
le macchine, e fiammeggiare gli accendini. I califfi di questo
paese erano diventati, in breve tempo, spaventosamente ricchi. Rahun-el-bashid, sceicco di Haman, aveva 606 Cadillac,
color panna, con 606 autisti color cioccolato, e una volta gli
ruppero 606 deflettori e gli rubarono 606 mangianastri e il
suo assicuratore si buttò nel Nilo. Suo cugino, Ahmar-el-Cafi il benevolo, andava tutti i week-end a Londra a comprare pizze. Gli piacevano moltissimo. Ne aveva più di due
milioni. Le più rare erano al prosciutto e lapislazzuli, e una
Margherita che piangeva e sapeva dire “Mamma” e “Origano”.
«L’emiro di Hahamt, Bir-el-hungabi il giocatore, perse
90 milioni a scalaquaranta contro Omar Sharif.
«C’era poi il califfo Samhalan il pio, che pregava 12
volte al giorno, per un totale di 22 ore e nelle restanti due
ore telefonava in teleselezione al suo confessore canadese.
«Il paese dei califfi, insomma, trasudava benessere da ogni
poro. Ma i califfi si annoiavano. Non sapevano più cosa comprare. Uno di essi, Ahmar-el-Salem, si recò allora in un paese chiamato Italia. Giunto in una città chiamata Milano,
vide, davanti a un teatro, signori in frac e signore ingioiellate che si recavano a uno spettacolo.
«“Che cosa succede?” chiese il califfo a un poliziotto.
«“Stiamo dando la prima di un’opera lirica nel quadro
di un riavvicinamento tra il popolo e l’arte” rispose tranquillo il poliziotto.
«“Davvero?” disse il califfo, e in quel momento giunse
Paolo Grassi urlando: “Via di lì, lei! Non compriamo tappeti!
Guardi che questo è il teatro popolare più esclusivo
del mondo!”. Tosto dieci poliziotti afferrarono il califfo e gli
diedero una salutare lezione popolare.
«Ahmar-el-Salem tornò nel suo paese e disse ai califfi
riuniti:
«“Amici, c’è in Europa un paese ricco a dismisura.
Pensate che in esso c’è un teatro popolare dove si va in visone
e in smoking. Gli industriali, che sono alla fame, hanno miliardi di valuta all’estero. Il governo regala soldi alle grandi
industrie, i deputati chiedono aumenti, gli editori hanno disavanzi di miliardi e non battono ciglio.”
«“Incredibile” dissero i califfi, sgranando gli occhi secondo una tradizione che in quei paesi si tramanda di figlio di
padre in figlio.
«“Vi giuro! Pensate, se questa è la crisi cosa sarà quel
paese quando la sua economia sarà un po’ più florida.”
«“Bisogna investire in Italia” dissero i califfi. E tutti inforcarono lambrette, jeep, e aerei personali, Jumbo, elicotteri e panfili, e fecero rotta verso l’Italia.
«Fu così che un giorno, mentre rifacevo per la terza volta
i conti dell’affitto, e mi arrabattavo per tirare avanti fino al
27, si aprì la porta e vidi davanti a me il colonnello Gheddafi. Serio e silenzioso, mi salutò, pregò tre volte rivolto alla
Mecca e poi disse: “Hai jamman in di heilan un hemman”.»
«Che cosa vuol dire?» chiese il caporeparto operaio,
uomo rozzo e limitato.
«Studiati l’arabo» disse seccamente nonno Gianni e continuò: «Insomma, grazie a Cuccia e Gabetti e alla buona
sorte la trattativa andò avanti, e io vendetti il 10% della
Fiat. Appena si seppe la notizia, tutti gli altri italiani si diedero da fare per entrare anche loro in affari con la Libia.
Cefis si offrì di inquinare tutto il Sahara, comprese le oasi,
e creare una nuova razza mostruosa di cammelli a schiena
liscia. Attilio Monti disse subito, andate a comprarmi un
Corano, e ci rimase molto male quando glielo portarono, perché credeva che fosse un uccello, e aveva già preparato il
trespolo e i bruscolini. Allora pregò tre volte rivolto a Montecitorio e tre volte a destra, nel far ciò seminando un bel
po’ di assegni, e urlò disperato: “Allah, allah, sarom, sarom!”. Ma nessuno gli diede retta. E i giornali dissero: “che
ne sarà della nostra libertà”, e la borsa disse: “che ne sarà
dei miei titoli”, e i finanzieri: “che ne sarà del nostro denaro?”. E io dissi: “state tranquilli. Nessuno toccherà i vostri guadagni; anzi, il capitale straniero ci aiuterà a uscire
dalla nostra crisi”».
«E gli operai?» chiese il caporeparto, uomo rozzo e inopportuno.
«Gli operai» rispose nonno Gianni «cosa c’entrano gli
operai? Questa è alta finanza. Questo è l’affare del secolo.
Per gli operai, si vedrà. Forse, chissà, anche per loro... risolti naturalmente gli altri problemi...»
«È proprio una bella favola» dissero gli operai commossi, e tornarono al lavoro, stanchi, ustionati, ma contenti
che nonno Gianni vegliasse su di loro.
|
|