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King Kong vive in una grotta del Nuorese, contento del poco
che ha. Quattro anni prima era un cucciolo di cocker, che
le radiazioni della vicina e innocua base Nato hanno fatto
crescere sano e forte. Catturato mentre cerca di introdursi
alla Mensa Ufficiali della base, viene esposto sulla Costa
Smeralda ai turisti curiosi. Gli viene messa in mano, per le
fotografie, una donna in bikini, che egli continua ostinatamente a lasciar cadere. Preferisce mettersi le mani nel naso
e scagliare sui presenti pidocchi grandi come Volkswagen.
Viene picchiato, costretto a posare, e monetizzato.
De Laurentiis lo assume per il film King Kong.
Lo scimmione è sottoposto a un ritmo massacrante: distruzione di
Mottagrill, sradicamento di condomini popolari, scontri con
l’aviazione e con reparti di celerini. Esausto, si ribella e incrocia le zampacce.
Il suo caso divide l’opinione pubblica.
Kong viene invitato a Ring dove alcuni giornalisti spaventosamente liberi gli
sparano domande che cavano la pelle come «Ma possiamo
fidarci delle promesse della Dc?» o «Qual è la capitale
della Bolivia?» o «Un Cesare famoso patriota, otto lettere».
Kong è in difficoltà perché Falivena continua a tirargli la
coda e perché la sedia sta cedendo. Kong crolla al suolo.
Per punizione viene portato a un contraddittorio con Paolo Grassi che però non vuole essere contraddetto. Senza
aspettare la prima domanda, dà uno schiaffo al moderatore
e caccia lo scimmione fuori dallo studio con urla e calci,
dicendo che uno non può far dialettica con tutti quei peli addosso. Kong viene tenuto a digiuno.
Kong impazzisce e sale sul grattacielo Pirelli tenendo
nella manona un disoccupato in pigiama, cinquant’anni, padre di quattro figli. Disappunto dei fotografi. De Laurentiis
chiede l’intervento della polizia, che manda la squadra lirica. Kong, dall’alto del grattacielo, chiede una casa un posto
in un circo e quattro tonnellate di banane. Andreotti, giunto sul posto, gli dice che il momento è molto difficile: non
può garantire né la casa né il lavoro, ma metterà una buona
parola per una macedonia, a patto che Kong sgobbi sodo
nel film.
Kong, furibondo, si batte il petto ferocemente dando il
via a una serie di fragorose scatarrate (quaranta gauloises
al giorno!).
Viene chiamata l’aviazione. Otto aerei Lockheed. Sei
esplodono alla partenza, il settimo, che è quello personale di
Moro, si dirige istintivamente verso la Fiera del Levante.
L’ottavo giunge sul grattacielo Pirelli, ma il portello non
sgancia in tempo la bomba, che fortunatamente cade in una
zona di dormitori operai.
Finale: i cecchini cecchinano Kong sparandogli in punti
non vitali, quali gli occhi. Lo scimmione ribelle precipita
dal grattacielo Pirelli e resta morto al suolo, come un grosso monito.
I giornali ne traggono spunto per fare un parallelo tra Kong e la nostra economia. Grassi annuncia una
rappresentazione popolare dell’Otello in cui Jago sarà uno
scimpanzè. Zaccagnini, nonostante abbia quasi trentasette
e mezzo di febbre, si alza e dichiara: «Povera bestia». Il
giudizio dell’«Unità» è estremamente cauto.
È opinione comune che Andreotti esca dalla vicenda notevolmente rafforzato.
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