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Stefano Benni presenta... I capelli dello sciamano

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I cinque elicotteri bielica sorvolavano la giungla del Guayate, accompagnati da una musica a tutto volume. Non era la Cavalcata delle Valchirie, ma “Tu amica tivù”, sigla del videoimpero del cavalier Banana. Per questa spettacolare incursione il cavaliere si era ispirato a un noto film, ma aveva scelto un brano adatto ai suoi uomini. I quali erano trentasei, tutti rasati a zero in camicia e bermuda bianchi, alcuni armati di telecamere, altri di mitra e fucili, altri ancora di champagne e astici surgelati, perché il cavalier Banana non rinunciava alla merenda neanche nelle situazioni più disagevoli.
E disagevole, nonché inospitale e misteriosa appariva la giungla sotto di loro, un immenso oceano clorofilliano ancora non ferito da disboscamenti e rasoiate autostradali. Molti anni prima una multinazionale aveva provato a attraversare il Guayate, costruendo una strada da Guayamàn a Guayalàs, ma liane, mangrovie e altri serpenti vegetali avevano ingoiato in pochi giorni asfalto, ruspe, e anche qualche capomastro e ingegnere, di cui furono ritrovati solo i vestiti, impiastrati di bava verde. Così diceva la leggenda. In verità, la giungla del Guayate era uno dei pochi posti ancora ignoti dell’arcinoto mondo. Il clima pestilenziale, quaranta gradi graveolenti di umidità, vi aveva allevato un inferno delle peggiori anomalie zoologiche e botaniche. Ragni grossi come granceole, insetti mimetici pronti all’agguato, rane volanti, pappagalli rostrati, persino un camaleonte con la lingua di dodici metri, che saettava dall’alto degli alberi introducendola in ogni orifizio incautamente esposto. E poi serpenti, uno più velenoso dell’altro, il Guayatrès, che uccideva in tre minuti, il Guayasprint, che uccideva in dieci secondi e il Gua, che uccideva di terrore al solo evocarne il nome. E che dire del serpente sacco-a-pelo, che di notte ingannava gli esploratori assonnati? E come non citare la scimmia sputatrice, il ratto degli scroti e il minicaimano da pozzanghera? In quanto alle piante, ricorderemo soltanto il muschio sabbia mobile, la liana thug e la pera meteora, che cadeva dal suo albero di sessanta metri con un dolce quintale di polpa.
Eppure in questo inferno, c’era chi viveva come in paradiso. Gli indios Guayafeliz, una tribù di duecento individui che non conoscevano né civiltà né new economy, e vivevano di pesca caccia e raccolto, fumando l’erba Mariaguaya e accoppiandosi in tutte le combinazioni consentite dal loro limitato numero.
E lo sciame di elicotteri si stava dirigendo proprio verso il villaggio indio, un elegante quartiere di capanne di fango in mezzo a una radura tra liane e baobab. Il motivo di quel viaggio era in un servizio che Canale Undici, una delle più note televisioni bananiche, aveva trasmesso la settimana prima, e che il cavaliere aveva visto dapprima con viva curiosità, poi con febbrile interesse e infine con indicibile speranza.
Il servizio era questo:

Eldorado
Un programma sugli ultimi luoghi inesplorati della terra presentato da Ramada, il fuoristrada che non ti porta mai fuori strada.
In questa puntata: il nostro inviato Piero Angoscia ci racconta i misteriosi poteri degli indios Guayafeliz.
(La telecamera inquadra due uomini con una maschera antigas, bermuda bianchi e una scimmia che saluta sullo sfondo.)
Inviato — Ci troviamo nella giungla del Guayaba, e quello che vedete alle mie spalle è il villaggio di questi straordinari indios che sembrano vivere ancora all’età della pietra. Li vedete intenti alle attività quotidiane. Uno solo, a turno, pesca, caccia e cucina, gli altri fumano la Mariaguaya, un’erba dalle misteriose qualità allucinogene. Ma ci sono molte altre particolarità che rendono i Guayafeliz unici al mondo. E di queste parleremo col dottor Charles Pantèn, che da molti anni si è stabilito qui per studiare questa tribù.
Dottor Pantèn (barcollando vistosamente) — Pace, amore e Mariaguaya. Venni qui dieci anni fa per studiare le incredibili caratteristiche etno-sociali dei Guayafeliz. La prima è che non dicono mai bugie. La seconda è che sanno arrotolare le sigarette coi piedi. Ma la particolarità più straordinaria è quella che vedrete tra poco. Gli appartenenti alla tribù sono ricchissimi di bulbo pilifero. Gli uomini hanno capelli fino alle ginocchia e barbe lunghissime, che crescono in una sola notte. Le donne hanno chiome lunghe fino a venti metri, che portano acconciate sulla testa dentro una grande nassa. I bambini nascono già con barba e baffi, anche le femminucce, che vengono rasate in età nuziale. Il perché di questa abbondanza di pelo pare risieda in una pozione di erbe che lo sciamano del villaggio fa bere ai suoi assistiti ogni plenilunio.
Inviato — E perché i Guayafeliz portano i capelli così lunghi? Non li ostacolano nel folto della giungla?
Dottor Pantèn — I capelli, oltre che simbolo erotico, ornamento tribale e comodo giaciglio, hanno anche un’altra particolarità. Poiché gli indios non li lavano mai, puzzano in modo micidiale. Questo tiene lontano i predatori, le altre tribù ostili e i testimoni di Geova.
Inviato — Infatti, come i telespettatori più attenti avranno già notato, portiamo una maschera antigas. Ma ecco che si avvicina un indigeno Guayafeliz. A lui vogliamo chiedere il segreto della pozione. Proviamo a toglierci la maschera.
(Il giornalista si toglie la maschera e sviene. La telecamera ondeggia. Primo piano dell’indigeno che ride.)

L’ansa del fiume dove era situato il villaggio Guayafeliz era ormai visibile. Dalla sua poltrona sull’elicottero il cavalier Banana pensava:
— Dalla vita ho avuto tutto. Potere, danaro, assoluzioni, cariche e onori. Una sola cosa mi manca, diuturnamente e nottetempo, e ogni gaudio mi dissecca. Dall’età di trent’anni, non ho più i capelli. Ho tentato di tutto. Cure svizzere, trapianti, cure ormonali che mi hanno reso tettuto come le mie presentatrici. Tutto vano: vivo col cranio nudo ed esposto al dileggio dei miei avversari. Ma ora, con la pozione dei Guayate, riavrò di nuovo una folta chioma. Farò di tutto, raderò al suolo quel villaggio, lo comprerò pezzo per pezzo, ma avrò i miei capelli, perché nella vita ho sempre avuto ciò che ho voluto, perché chi vuole avrà, e chi non ha è perché non vuole avere, e chi non vuole avere non avrà, e chi non avrà voluto...
Una voce rude alla spalle interruppe il suo filosofare.
— Siamo pronti all’atterraggio — disse il capitano Rodriguez, ex-Cia, ex-Pidue, ex-Bluebell, ora capo della sua scorta — ma le ricordo che abbiamo un’ora di tempo. Con il calar del sole, il fogliame della giungla avvolgerà tutto in un buio impenetrabile, e sarà impossibile decollare.
— In un’ora vinco sei elezioni — disse Banana — atterriamo!
Con precisa e ardita manovra l’elicottero ammiraglio si posò nella radura, e gli altri lo seguirono. Ne discesero trentacinque uomini pelati col pelato capitano in testa, indossando le maschere antigas. Dalle capanne uscirono i primi curiosi Guayafeliz. I loro capelli adorni di fiori erano splendidi, lisci e morbidi. Rilucevano al sole come nel miglior spot pubblicitario. Molti fumavano sigarette di Mariaguaya, altri bevevano qualcosa da una coppa, probabilmente la pozione magica. Banana sbavò di bramosia.
— Guaya masgas? — chiese quello che sembrava il capo, un indio panciuto con i capelli arrotolati in gomene rasta.
— Puanka trika — disse l’interprete Siegfried, un tedesco che era stato missionario in Guayate prima di convertirsi al neonazismo.
— No puanka. Tudei hendrixdei, evribodi scianpuah — disse il capo indio.
— Il capo dice che possiamo togliere le maschere antigas, perché oggi è la festa del loro Santo Protettore e tutti si sono lavati i capelli — disse Siegfried.
— Emidio, si tolga la maschera — disse Banana al suo segretario che eseguì, annusò l’aria e sentì un piacevole odore di fiori e bertucce.
Un po’ alla volta, dalle capanne uscirono i Guayafeliz. Indossavano quasi tutti delle Lacoste rosa, evidentemente dono di qualche spedizione precedente, mentre la parte inferiore del corpo era coperta da gonnellini o da eleganti mutande fatte intrecciando i capelli coi peli pubici. I bambini erano nudi e pelosi come orsetti.
— Come si chiama il capo, qui? — chiese Banana esibendo il suo famoso sorriso internazionale.
— Namao? — chiese l’interprete.
— Guayamengo guayanda urukulelle m’voda anziguera squasadpugnat alomnero n’krudele n’fhanzia... — cominciò il capo.
— Va bene va bene — tagliò corto Banana.
— Dice che questo è il soprannome, il nome è un po’ più lungo — precisò Siegfried.
— Dì al capo che sono venuto per liberare il suo popolo dalla minaccia comunista che potrebbe arrivare qui privando i Guayafeliz di ogni libertà e iniziativa privata. Digli che posso creare in questa foresta, entro un mese, seimila posti di lavoro, una multisala cinematografica e un ponte sul fiume, e soprattutto che posso installare una parabolica e uno schermo gigante con cui potranno vedere Dio.
— Pataka pervù — disse l’interprete
— Pataka, pataka — annuì il capo.
— E digli soprattutto che sono qui per comprare la loro pozione per i capelli.
— Buia trika — disse l’interprete.
A quelle parole l’indio sbiancò. Si coprì gli occhi come avesse visto un fantasma, poi corse a rifugiarsi nella tenda, e così fecero tutti gli altri indios, spaventati a morte.
— Forse ho toccato un tasto che non dovevo — disse Banana in una delle sue rare intuizioni annuali.
— Io credo — disse Siegfried — che ci troviamo di fronte a un loro tabù, a un mana, a qualcosa di sacro.
— Me ne frego! — urlò il cavalier Banana — non ho fatto quindici ore di volo inoltrandomi in questa foresta di merda per niente. Abbiamo poco tempo. Sono abituato a ottenere ciò che voglio, e avrò quella pozione. Catturate uno di questi capelloni e portatelo qui.
Le guardie entrarono in una capanna e ne uscirono con una bambina di singolare bellezza, con i capelli adornati di fiori gialli e una maglietta dei Pooh. La piccola india si mise a piangere.
— Chiedile dov’è la pozione.
— Ubi manatrika — disse Siegfried.
— Tabooo, verboten — disse la bimba, tra le copiose lacrime, coprendosi il volto coi capelli, che poteva muovere come una lunga coda.
— Dille che la faccio rapare a zero — gridò Banana — io a te zac zac. Capito, mocciosetta?
La piccola annuì con uno sguardo terrorizzato.
— Trika nomitaka tepelopuka, mispika poifrika — disse.
— Dice che se le taglierete i capelli la sua anima le verrà rubata dal Dio Tepelo, il dio dai denti a rasoio, e che se lei parlerà dovete giurare che la lascerete subito andare, perché se no fa tardi al college.
— Va bene, va bene — sbuffò Banana.
— Sciamà — disse la bimba, indicando una grande capanna in fondo alla radura — Tinguaya chillo osape.
— Lo sciamano Tinguaya ha la pozione — tradusse Siegfried.
Mentre la bimba correva via, il capitano Rodriguez diede ordini ai suoi uomini. Circondarono la capanna sacra coi mitra puntati. Poco dopo condussero fuori lo sciamano Tinguaya.
Era un vecchio con una barba bianca lunga una ventina di metri, sollevata in fondo, come uno strascico, da due scimmiette. Il volto era ridente e non sembrava per nulla spaventato.
— Uomo bianco, perché fretta? — chiese a Banana.
— Conosce la mia lingua? — chiese stupito il cavaliere.
— Lingua non tua, lingua di chi parla — disse Tinguaya.
— Va bene, indio sofista, come mai conosci la lingua di noi uomini civili?
— Io studiato libro ricette con suore missionarie, poi tutte mangiate — disse Tinguaya.
— Orrore, lo sapevo, è cannibale — gridò Banana.
— No non mangiate suore, mangiate ricette. Conosce scimmia tonné? Caimano in guazzetto? Salamandre alla carbonara?
— Basta basta — disse nervoso Banana, vedendo le prime ombre della sera calare sulla radura. — Signor stregone, io posso fare molto per lei. Posso ospitarla in una della mie trasmissioni, i telespettatori amano la magia e l’insolito, posso farle scrivere un libro di ricette sciamaniche, posso darle perline e collane di cellulari, ma in cambio voglio la sua pozione per trika, capelli, chioma, io volere per me subito, capito?
— Taboo, taboo — scosse la testa lo sciamano.
Il sole ormai calava dietro le chiome degli alberi. Gli elicotteri accesero i fari.
Banana si avvicinò allo sciamano e gli puntò un dito contro il petto.
— Senti, bingo bongo, se non mi dai la pozione entro un minuto — disse scandendo bene la parole — ti pelo, pelo per pelo, e poi ti impicco a quell’albero.
— Come tu desideri — disse lo sciamano con un inchino.
Entrò nella capanna, e ne uscì con una coppa di legno, in cui bolliva una mistura verdastra che emanava vapori odorosi.
— Trika trika a te — disse — tanti capelli crescere.
— Non mi dai del veleno, vero? — chiese sospettoso Banana.
— Cavaliere — disse Siegfried — le ricordo che i Guayafeliz non dicono mai bugie. Non hanno il cromosoma.
Con aria di trionfo, il cavalier Banana bevette a grandi sorsi la pozione.
— Buona, sa di ananasso — disse pulendosi la bocca — e adesso quanto tempo ci vuole perché abbia effetto?
— Uno minuto — disse lo sciamano Tinguaya.
— Uno minuto — esclamò trionfante il cavalier Banana — e riavrò finalmente i miei capelli. I miei avversari schiatteranno di rabbia. L’avevo detto. Chi vuole avrà!
— E quanti soldi faremo col brevetto! — disse il segretario Emidio.
— Niente brevetto — disse Banana — troppo comodo, tutto il paese coi capelli. Io solo, io solo godrò di questo prodigio. Comincia l’effetto... sento solletico allo stomaco.
Si passò una mano sul cranio.
— Ma qua non sento niente... vedete dei capelli spuntare?
— Per la verità sì — disse Siegfried — uno le sta uscendo dalla bocca.
Il cavalier Banana sputò, ma la gola era intorpidita, e lo stomaco gli doleva, cercò di parlare ma aveva la lingua coperta di un muschio peloso. Sentì uno strano stimolo, le braghe gli esplosero e dal culo gli uscì qualcosa di simile alla coda di un cavallo. Altri ciuffi gli uscivano dal naso e dalle orecchie. Il cavaliere si mise a urlare.
— Che sortilegio è questo — gridò — sciamano maledetto, come hai potuto mentire!
— Io non ho mentito — disse lo sciamano — trika trika non si beve. Si spalma su testa. C’è scritto anche su istruzioni d’uso, leggi sulla coppa: Solo uso esterno.
— E adesso? — disse Emidio, mentre il cavaliere scompariva in un viluppo di pelo.
— Adesso lui molti capelli dentro — rise lo sciamano — oh sì, fuori sempre pelato, ma dentro tanti tanti capelli!
E continuò a ridere finché gli elicotteri non furono lontani nel cielo.
Così, soffocato da un overdose di pelo, e ridotto a una specie di bozzolo, il cavaliere fu riportato in patria. La salma fu sepolta nella tomba monumentale di famiglia. Si narra che nelle notti di plenilunio centinaia di lunghi capelli, come serpentelli o lombrichi sinuosi, continuano a uscire dal terreno e si attorcigliano alle fredde statue, fanno i baffi ai busti dei defunti, coprono di una soffice pelliccia le tombe. E nel silenzio notturno si sente risuonare la risata dello sciamano Tinguaya.

Stefano Benni