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«Gli apparati burocratico-informativi del periodo fascista sono rimasti
intatti ben oltre la nascita della Repubblica. Com'è stato possibile?
Attraverso la copertura delle potenze che hanno vinto la guerra e che hanno
inteso mantenere il controllo dei nostri più delicati apparati e
stabilire alleanze e protezioni al ceto politico centrista di governo». Si
deve partire da qui, dice il giudice Libero Mancuso, da questo presupposto, per
capire «l'Italia dei segreti», e il perché di tanti
«processi mai fatti e di una giustizia tante volte negata». Quali
sono i processi mai fatti? «Quelli che avrebbero dovuto svelare gli
intrighi che hanno inquinato la democrazia del paese fin dai primi anni della
Repubblica. E che poi sono finiti nel nulla per l'intervento costante di
delicati apparati di sicurezza che hanno inteso garantire l'inamovibilità
del ceto politico di riferimento». Ma non solo. Una parte di
responsabilità tocca anche alla «magistratura che non è
sempre riuscita a difendere la propria autonomia, pure sancita dalla
Costituzione». All'«Italia dei segreti. Incontri sui processi mai fatti e sulla giustizia negata» è dedicato il secondo seminario della Pluversità dell'immaginazione, l'università di Stefano Benni. Gian Carlo Caselli, Gianni Flamini, Mancuso, Gianni Mastelloni, Giovanni Pellegrino, Rosario Priore, e Giovanni Salvi ne parleranno per sette giovedì, dal 22 febbraio al 5 aprile alla Sala Sirenella, in via Andreini 2. Raccontando come, anche se molti processi non si sono conclusi con la condanna degli imputati, i giudici siano oggi in grado di dipingere con chiarezza il quadro storico di ciò che è avvenuto nei primi 50 anni della Repubblica. «Finora - dice Mancuso, che dirigerà il seminario - la più recente storia politica del paese è stata scritta proprio dalla magistratura attraverso l'acquisizione di interi archivi segreti e l'audizione di migliaia di protagonisti di queste vicende. Con queste conversazioni si vogliono fornire riferimenti seri per la comprensione di ciò che è successo in Italia in un momento in cui si è diffuso un revisionismo ben lontano dalla realtà storico politica». Mancuso, che è presidente di Corte d'Assise ed è stato pm dell'inchiesta e del processo per la strage del 2 agosto, spiega che «però, purtroppo, ancora oggi non è possibile la lettura unitaria del nostro passato anche perché sopravvivono le espressioni politiche che ne sono state protagoniste chiave. Ecco la ragione per cui l'insieme degli atti giudiziari acquisiti e vagliati da decine di giudici che per dovere istituzionale erano tenuti ad accantonare ogni faziosità, resta il contributo più valido per la conoscenza delle vicende più drammatiche che hanno condizionato la nostra democrazia politica. Mi riferisco non già alle conclusioni giudiziarie, ma a quella gran massa di documenti e di testimonianze che forniscono un quadro storico difficilmente opinabile». Il giornalista e scrittore Gianni Flamini parlerà sul tema «Dall'Ovra ai servizi segreti del ministero dell'Interno». La lezione di Mancuso si intitola «I giudici» e riguarda «il percorso giudiziario negli anni della Repubblica e i condizionamenti tra politica e giurisdizione. E' una lettura che dà conto anche di una tradizionale subalternità dei giudici ai mutevoli venti della politica, e di quanto sia fondamentale per la difesa dei diritti di tutti salvaguardare la loro indipendenza, specie nei momenti in cui diviene più aspro il tentativo di delegittimarli». Il giudice istruttore Gianni Mastelloni parlerà di «Gladio». Il presidente della commissione Stragi Giovanni Pellegrino de «Il caso Moro». Il giudice istruttore Rosario Priore de «L'attentato al Papa» e del terzo mistero di Fatima. Il pm Giovanni Salvi di «Desaparecidos e complicità internazionali». L'ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli, oggi direttore generale delle carceri, di «Mafia e politica». Perché, dice Caselli, «la mafia è sì crimine organizzato: uomini armati che compiono stragi, commettono delitti, rapine, estorsioni, riciclaggio. Ma non solo. Qualcosa di più e qualcosa di diverso dallo specifico della mafia è l'intreccio di queste attività con pezzi della politica, dell'economia e del sociale. E' una delle principali ragioni del perché abbiamo avuto tanta mafia su tanta parte del nostro territorio. Una delle principali ragioni del perché la mafia non è una questione locale, ma una questione nazionale. E del perché si tratta non soltanto di un problema criminale, ma di democrazia». PAOLA CASCELLA
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