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Il sole tramontava nel parco della villa Le Rughe. Il vecchio leone passeggiava malinconicamente. La fulva criniera riluceva alla luce dell’ultimo sole, la coda dondolava pigramente scansando sciami di fastidiose querele. «Hum — borbottò il leone con aria pensierosa — stavolta me ne devo andare davvero». Lentamente, attraversò per l’ultima volta i corridoi della sua villa. Vide lo studio, la sua scrivania. Vide appese al muro le duecentoquaranta paia di corna di antilopi, bufali e alci di cui andava fiero, e che toccava tutte, una per una, prima di prendere una decisione importante. Carezzò con lo sguardo il suo archivio. Gli incartamenti, le ricevute, i documenti. Quanti nomi, quanti affari, quanto lavoro! Guardò i suoi amati quadri: quattro De Pisis, due De Chirico, un Di Bella sull’ordine pubblico. Guardò il trespolo di noce antico su cui, vestito con la sua toga nera, amava appollaiarsi e stare in meditazione per ore finché qualcuno non entrava e diceva «Carino. Cos’è? Una cornacchietta?»
Il leone sbadigliò pigramente. Entrò nella sua stanza preferita: la stanza napoletana. Si versò due dita di marsala e mise sul giradischi Sergio Bruni (in carne e ossa). Cantami Il mare gli ordinò. Guardò altri ricordi, appesi al muro. Ritratti di uomini d’onore difesi. Un presepe napoletano, dono di Kissinger con gli angeli in divisa da Militar police che tenevano lontani gli scugnizzi. Al centro, un Vesuvio di creta che ogni ora faceva una piccola eruzione di caffè. La moquette in terra era il suo orgoglio: un soffice strato da ottanta metri quadrati di pizza alla mozzarella. «Un po’ attaccaticcia», diceva ogni volta Andreotti cercando di levarsi i fili dalle scarpe. «Proprio tu lo dici» rispondeva il leone.
Imbruniva. L’orologio a cucù disse otto volte «smentisco decisamente». Il leone entrò nella stanza dei leoncini. Un arredamento sobrio formato da venti portantine papali su una palafitta di colonnine d’avorio e duecento globi di vetro con neve che si illuminavano a intermittenza, un lampadario formato da quaranta braccia a forma di serpente cinese e quaranta duomi di Milano. Un tavolo da Ping-pong rivestito da Gucci, un levriero con la maglia della Sampdoria ed un Laocoonte di Berlino completavano l’arredamento spoglio e severo. Il leone attraversò il gabinetto, tutto a piastrelline riproducenti l’onorevole Fanfani che usciva nudo da una grossa vongola. La sala gioco, la sala da té, la sala da caffè, la sala da tamarindo, la sala Gava con i cucchiaini incatenati al tavolo, la sala per ambasciatori bianchi e quella per i neri, la sala Gardner, il ripostiglio delle scope e delle berline blu, la cantina.
Alla fine uscì nel parco. Due bellissimi fagiani Lefebvre svolazzavano in libertà. In fondo, nel grande viale contornato da statue della giustizia e nanetti di gesso, vide arrivare Fanfani, Andreotti e Zaccagnini. Con calma prese la valigia. I tre erano commossi. «Cosa farai adesso?» disse Andreotti un po’ imbarazzato. «Non lo so. Forse tornerò da Togni. Aveva detto che mi avrebbe tenuto il posto. Comunque, ho messo qualcosa da parte in questi anni. Spero di farcela.» «Caro leone» disse Zac «se per caso dovessi avere bisogno per qualche grave ragione...» «Grazie, grazie,» disse il leone e fece quattro corna con le zampe e una con il ciuffo della coda. Si sfilò la corona di re della foresta e la mise in mano a Fanfani, che vacillò per il peso. «La lascio in buone mani. Mani pulite,» disse. Poi lentamente trottò verso il grande cancello dell’uscita, la coda fieramente eretta.
I tre lo guardavano scomparire nel viale del tramonto. «Era il migliore di noi tutti» disse commosso Fanfani. E raccolta da terra la corona e calcatasela sulla testa di modo che gli sprofondò sul naso e gli coprì gli occhi, chiese: «come starei?»
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