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Lei era giovane e bella, quando correva sembrava la pubblicità di un succo di frutta.
Era laureata in legge, e stava
preparando una tesi sulle eccezioni processuali, che sarebbe
a dire sui democristiani che non vanno mai dentro. Era
femminista, ma non di quelle sfacciate; quando qualcuno
per strada le faceva un complimento pesante, arrossiva solo
un po’. Cosi era arrivata ai 24 anni senza essere stata violentata né menata
(eccetto naturalmente che dai familiari) e
tutti riconoscevano che era una ragazza seria.
Lui era forte e robusto, quando correva sembrava il generale Miceli inseguito da un mandato di cattura.
Era disoccupato in una fabbrica di vernici. Da tre mesi non lavorava,
e doveva tenersi in allenamento respirando i gas di scarico
delle corriere. Per arrotondare si arrangiava facendo il disoccupato in mille modi.
Un giorno lui e lei (orrore) erano a
letto insieme nella casa di un amico di lui, molto ricco, che
vendeva caldarroste, quando lessero la notizia che un certo
Mario Einaudi avrebbe avuto un miliardo di liquidazione.
Lui disse: «Cara, perché stiamo qui a marcire quando fuori
abbiamo tutto il mondo a disposizione? Andiamo a lavorare
due o tre mesi, prendiamo la liquidazione, e poi fondiamo
un cineforum, o una pizzeria di sinistra, o prendiamo la casa
in campagna, e facciamo la bella vita tutta la vita».
«Caro,» disse lei guardandolo con amore «il tuo discorso ha due punti deboli:
il primo è che non hai detto neanche
un cazzo e neanche un cioè, e tu sai che queste cose mandano in visibilio la stampa,
non puoi deluderla. Il secondo
punto è: esistono possibilità di lavoro di questo tipo?»
«Compagna,» disse lui «alzati e ti farò vedere.»
E andarono all’ufficio di collocamento. Lui si presentò e
disse: «Vorrei lavorare».
«Giovanotto,» disse il collocatore «lei ha lettere di raccomandazione?
Un biglietto di Andreotti, un francobollo di
Fanfani, un cruciverba di Moro, una parola d’ordine?»
«No» rispose lui.
«Lei è per caso figlio del presidente Leone, o di deputato, o di persona importante?»
«No» rispose lui.
«Giovanotto,» disse il collocatore «qua cominciamo male.
Lei batte la fiacca, e poi pretende che le trovi un lavoro.
Che cosa vorrebbe fare?»
«Vorrei un lavoro da 300.000 al mese, che mi lasci un
po’ di tempo libero.»
«Dunque, vediamo. Ci sarebbe libero un posto da informatore della polizia.
Oppure, ecco, se vuole può entrare
nella banda Vallanzasca. All’inizio è dura, ma poi è facile
sfondare nel mondo del cinema. Oppure, c’è un bel posto
di guardiano allo zoo di Roma. Non occorre titolo di studio,
non occorre specializzazione. Deve solo dare da mangiare
alla tigre ed essere amico di Bisaglia. Come dice? La cosa la
spaventa? Sarebbe molto più pericoloso essere amico della
tigre e dar da mangiare a Bisaglia. Non crede? Va be’, vedo
dalla faccia che lei non ha voglia di far niente. Avanti un
altro.» Si fece avanti lei.
«Signorina,» disse squadrandola il collocatore «lei vuole
prendermi in giro. Lei non è in minigonna, né in jeans aderenti,
non è truccata, non cammina in modo provocante, e si
presenta per un lavoro?»
«Io, veramente, "Vorrei lavorare, non sposarmi.»
«Non mi capisce,» disse il collocatore con un sospiro
«comunque ecco qui le possibilità: 200.000 lire, comparsa
in un film pornonazista, 250.000 in fumetto erotico, 300.000
in film in cui prende cotta per cane spinone. Se no posti
da segretaria: segretaria dottor Cefis, 200.000 più una percentuale sulle perdite,
segretaria di Loris Corbi, arrivato primo nella classifica del manager dell’anno,
o di Petrilli, eliminato in batteria. Ma dia retta a me, signorina, si sposi, si
sposi.»
Ed ecco i nostri due eroi, seduti su una panchina dei giardini pubblici.
«Sono nella merda» dice lui.
«Adesso sì che parli bene» dice lei.
«Basta,» dice lui «mi dipingo la faccia e faccio il fricchettone,
mi metto in una tribù d’indiani e prendo il nome
di guerra di Piccolo Bullone.»
«E io sarò Piccola Manovella» dice lei.
«E prendo la P 38 e faccio un quarantotto, altroché sessantotto» dice lui.
«Bravo, così nel settantotto alle elezioni la Dc prende il
cinquantotto e riporta il paese al quindici-diciotto» dice lei.
«Cazzo» dice lui.
«Cioè» dice lei.
E se ne vanno tristemente.
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