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Sermone di Natale, dalle lettere di San Paolo, capitolo XXIV tomo 4.
E venne quel tempo in Galilea una grande carestia. Gli schiavi non lavoravano più.
Rammolliti dai lussi, osavano persino protestare se qualcuno li frustava o li faceva lavorare
nell’anidride solforosa. Chi poteva, portava figli, mogli e
averi fuori da quella terra corrotta e dimenticata da Dio.
Anche il partito dei saggi, che da 30 anni regnava in Galilea, e per diritto divino in eterno vi avrebbe governato, era
in preda a tumulti e faide interne, e più sembrava attento al
potere che ai bisogni del popolo. Allora Zac, capo del partito dei saggi, uomo ritenuto in odor di santità, decise che
era venuto il tempo di intervenire. Egli si vestì tutto di bianco e chiamò a raccolta i discepoli e tutti e 12 li riunì a un
frugale desco.
C’era Flaminio, il rude montanaro, e Mariano il mite, e
Amintore, piccolo e grintoso. C’era Aldo, che stava sempre
in disparte a meditare e a volte raggiungeva il livello supremo di meditazione e dovevano svegliarlo a schiaffi, c’era
Arnaldo che distingueva sport e politica. C’era Umberto col
visetto da bambino, e Silvio e Antonio, padre e figlio, onesti commercianti. C’era Carlo, che una volta era di sinistra e poi si era rimesso sulla retta via, c’era Emilio con le
stimmate da ministro, c’era Giulio, serio serio e disposto al
dialogo, c’era il giovane Massimo, focoso e battagliero, vestito da crociato e con lo scudo su cui era scritto «Adesso
vi modero io». E insieme sedettero a una tavola modestamente apparecchiata, e brevemente pregarono il Signore, a
eccezione di Massimo che, occhi al cielo, pregò Indro Montanelli, John Wayne e l’uomo-ragno.
E Zac all’antipasto li guardò e disse: «Fratelli, da sempre padroni e sfruttatori sono stati amici del nostro partito.
Da sempre li abbiamo aiutati. Ma ora la situazione è grave.
In piazza c’è anche chi mette in dubbio il nostro diritto divino di governare. Bisogna mutare il nostro volto. Piegarci ai
tempi, come si piega al vento, per non venire travolta, la
duttile palma!».
I 12 discepoli lo guardarono interdetti. Nessuno sapeva cosa dire. Ma in quel momento arrivarono abbacchi, polli
e conigli e porchette, cinghiali e ottarde e caprioli e beccacce e regaglie, trippe, lardelle e rognoncini, e fu un gran
roteare di forchette, e sguainar di coltelli, e rombo di esofagi, scroscio di mascelle, mambo di mandibole e gemer di
molari, e tutti si azzuffavano e rubavan nel piatto del vicino
e con le forchette si punzonavano difendendo il loro bottino
e Aldo stringeva al petto, come un neonato, una pernice, e
Massimo cercava di rapirgliela, e Flaminio brancava un tacchino, e Amintore nascosto all’interno, tutto glielo rodeva, e
Silvio e Antonio e Arnaldo e Mariano fieramente si disputavano una trippa, solo Umberto, educato e inglese, mangiava in disparte una mozzarella scondita, e Carlo dispettoso gliela inondò di salsa tartara. Zac invano invitava alla
temperanza.
Quando si fu placato il mandibolio, Zac gravemente si
guardò intorno e disse: «In verità, in verità vi dico che uno
di voi mi tradirà. E quando dico uno, sono ottimista».
«Io» disse Aldo «sono pronto a sostenere l’anima popolare della Dc. E quando io dico una cosa, dico proprio
quella.» Un fulmine venne dal cielo e lo incenerì.
«Io» disse Mariano «non lo so, sono fuori dalle correnti...»
Un fulmine lo rinviò a giudizio.
«Noi,» dissero Silvio e Antonio «con l’onestà che ci è
riconosciuta...» Un fulmine biforcuto li polverizzò.
«Io penso» disse Arnaldo «che dobbiamo distinguere
sport e politica, maggioranza e opposizione, ufficiali e truppa.» Un fulmine lo disintegrò.
«Per me,» disse Umberto «c’è tra di noi un malvagio,
che ci blocca il processo di rinnovamento. Egli è il nostro
spinterogeno sporco, la nostra gomma sgonfia, il nostro passaggio a livello. Si chiama Donat...» Un fulmine lo investì
e proseguì senza soccorrerlo.
«Io che sono di sinistra più dei comunisti» disse Carlo,
e un fulmine lo ridusse alle dimensioni di un bottone.
«Io» disse Emilio «non sono certo attaccato alla sedia...» Un fulmine gliela incendiò, e lui vi perì miseramente.
«Io» disse Giulio «sono sempre stato un po’ di sinistra.» Un fulmine lo fulminò.
«Io» disse Massimo «devo dire che sbagliate tutto. Ci
vuole lo scontro fisico. Barricate! Grande diga! Armi in pugno! Filtro a centrocampo! Mollate le ronde! Slegate Costamagna! Moderiamo tutto a ferro e fuoco! E se qualcuno
dice che sono un fascista...» Un fulmine lo polverizzò.
«Io» disse Amintore «sono l’unico che ti sono rimasto.
Mettiamoci d’accordo. Io non ho mai avuto mire personali
sul paese. Per me...» Una raffica di fulmini cadde a pochi
centimetri da lui, poi una seconda e una terza. Una voce possente dal cielo gridò:
«È piccolo e non sta fermo un momento. Come faccio a beccarlo?». Il discepolo si fermò un
fatale istante. Un fulmine lo incenerì, ma aspettiamo a dirlo.
Allora Zac alzò il volto al cielo. E disse: «O Signore,
cosa farò io ora? Credevo di avere un partito e ho solo un
mucchietto di ceneri. Ma mi rimboccherò le maniche. Ricostruirò il partito. Lo rifarò grande e forte. Signore, ancora
per tanti anni, noi...».
Zac (il rumore del fulmine) incenerì Zac (il segretario
della Dc).
Amen.
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