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Pubblichiamo in esclusiva un’intervista con mister Arthur
James Jammellon, esperto politico americano, capo della sezione
italiana della Bullets import-export, membro del Comitato
Italoamericano Alpini. Mister Jammellon, dopo aver
lavorato a lungo in Sudamerica, si trova ora dal 1971 in
Italia, salvo brevi vacanze in Cile. Vive in una bella casa a
Roma, in compagnia di un cane lupo e di un fucile telemetrico.
A lui abbiamo rivolto una domanda che sta molto a
cuore a tutti gli italiani.
DOMANDA. Mister Jammellon, cosa significa per l’Italia la
vittoria di Carter?
RISPOSTA. Well, Jimmy Carter ha vinto perché ha preso la
Virginia. Ha perso lo Jowa, ma non conta. Era preparato
a perderlo. Non era preparato a perdere il Kansas. Quando
ha saputo di averlo perso si è messo a piangere e a chiedere
a tutti di guardarsi nelle tasche. Era convinto di averlo prestato
a qualcuno. Diceva: «Ho perso il mio Kansas, ragazzi,
non è per il valore, ma è che la mia prima girl-friend
era di lì». Era toccante, potete giurarci. Anche il Wyoming
stava per perdere. Ma poi ha vinto il Nebraska. Well, era
contento come un bambino, quando ha saputo che aveva
vinto il Nebraska. Dapprima ha chiesto se poteva cambiarlo
con un panettone, poi se lo è tenuto. Poco dopo ha vinto
anche l’Ohio, l’Oregon, e 20 boeri al liquore.
Tutta la Convention è scattata in piedi. Urlavano Jimmy, Jimmy. Solo il
senatore del Connecticut urlava Juve-Juve. È molto vecchio
e quasi rimbambito, ma lo hanno eletto perché sa fare i comizi con la voce di Paperino.
D. D’accordo mister Jammellon, ma le ripeto la domanda.
Cosa significa per l’Italia la vittoria di Carter?
R. Ford è stato molto sportivo. Ha pianto un poco, ma è
umano. Quando ha dato la mano a Carter gli ha passato
un caco marcio, ma è umano. Gli americani sanno perdere.
Siamo una razza dura, noi. Carter è un self-made man. Ha
cominciato a cinque anni a vendere noccioline, e a sette anni
era già padrone del 40% di tutti gli scimpanzè americani.
Ha inventato una nocciolina speciale gigante. Dopo sbucciata,
il guscio si può usare come bidet. Questo potete scriverlo senz’altro sui vostri giornali.
Voi avete self-made men?
A quanto mi risulta, avete molti self-service men.
Loro, appena diventano ministri, passano col vassoio e si servono
da soli. Spazzano tutto. Ne abbiamo anche noi. Volete sapere
come si chiamano in americano?
D. Signor Jammellon, se vuole glielo faccio dire in inglese
da Ronchey. Cosa significa per l’Italia...
R. La stampa deve essere libera. Avete visto
Il caso Watergate? Avete visto I tre giorni del Condor?
Avete visto Furio Colombo? Ho partecipato alla vostra trasmissione tv
la notte delle elezioni. Nei corridoi c’era un sacco di gente
che ripassava l’inglese. Ho visto Emilio Fede vomitare nel
tentativo di pronunciare bene Oklahoma. Ho visto parecchi giornalisti che mangiavano baci Perugina
a quattro palmenti per trovare frasi da citare nei biglietti. Questo è
bello. Ci hanno offerto gli spaghetti...
D. Mister Jammellon, what means for Italy...
R. Certo, in passato, c’è stata qualche piccola ingerenza
americana nei vostri affari. Well, diciamo una consulenza.
Quei vostri come li chiamate, fascisti, a volte sono cosi disorganizzati.
Io non so cosa voglia fare Carter. Certo, non
può avviare un programma di occupazione licenziando degli
agenti Cia. O smantellando basi Nato. Well, noi staremo
attenti a consigliarlo bene...
D. Signor Jammellon, cosa significa per l’Italia...
R. Per me Carter deve scegliere qua in Italia degli uomini,
diciamo cosi... americani. Dei duri, OK? Ad esempio: Moro?
No, non va. In un rodeo non riuscirebbe a stare più di
due secondi sul cavallo, a meno che non gli parli in un orec-
chio e lo addormenti. De Carolis? Quello va bene, è stato
in America, well è fantastico, in quattro giorni ha imparato
a fare le bolle con la gomma americana. Anche se dopo si è
messo a piangere perché non c’era dentro la neve che cadeva.
Andreotti? Be’ si, potrebbe sembrare uno che è stato molto
a cavallo, su un cavallo con le sospensioni rotte. Fanfani non
lo vedo su una sella, ma è cosi piccolino e grazioso che si
potrebbe mettere a tener compagnia a qualche cavallo, nelle
scuderie. Cossiga è perfetto con la stella da sceriffo.
E Malagodi? Uguale a John Wayne. E Forlani? Uguale a Pippo...
D. Signor Jammellon, cosa significa l’elezione di Carter...
R. Well, uno dei vostri’che è veramente duro è quel
Castelli. Certo che quando voi vi mettete in testa di risolvere
uno scandalo, andate giù pesanti. È venuto giù dall’aereo
e subito tutti a dire, accidenti, ma è Humphrey Bogart tale e
quale. Ha cominciato a sparare domande terribili tipo:
«Dove si mangia alla cinese?», «Perché ci sono tutti questi
negri?» e «Dove posso trovare un cappello da cowboy?».
Poi ha interrogato tutta la Lockheed. Uno alla volta li faceva sedere,
gli tirava un cazzotto in bocca e poi chiedeva:
«Ti ricorda niente questa faccia?» e mostrava una foto di
Leone. Andava in bestia perché quasi tutti rispondevano:
«Un cucciolo di Koala». Well, un vero duro. C’è rimasto
male perché non ha trovato niente.
D. Signor Jammellon...
R. Sì, lo so, a voi piacerebbe molto che Carter mandasse
i marines e portasse Berlinguer a Montecitorio o a Regina
Coeli. Vi toglierebbe dall’impiccio. No? Be’, anche noi negli
Stati Uniti abbiamo i nostri problemi. E poi quel Carter,
è presidente ma non decide mica lui, sapete. Mi sa che dovrete proprio sbrigarvela da soli.
Adesso basta, amico, vado a dare un’occhiata da Harry.
D. All’Harry’s Bar?
R. No, Harry Berlinguer. Stiamo attenti,
che non si mettano delle idee in testa, quei ragazzi. Ciao, amico giornalista.
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